Brexit è realtà: quali conseguenze per l'indotto auto?

Presto per dire che il comparto auto in Gran Bretagna possa essere messo in ginocchio dalla Brexit, ma la situazione può rivelarsi delicata.

Con l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea i mercati internazionali hanno già subito un primo scossone. Nelle prime ore dal "Sì" dichiarato dalla maggioranza britannica a lasciarsi alle spalle la UE, le Borse internazionali hanno attraversato (come del resto era prevedibile) una situazione da "venerdì nero". I titoli hanno immediatamente subito un notevole calo, c'è tempesta sugli spread. E cosa succederà al settore automotive?

È, questa, una domanda che tutti gli operatori della filiera legata all'indotto auto si pongono ora. Senza volerci addentrare in dissertazioni sociopolitiche, è chiaro che d'ora in poi l'economia di oltremanica sarà vista, se non con allarme, almeno con una grande attenzione.

La "Brexit" è ora realtà: e adesso vale la pena interrogarsi su cosa, questo, significherà in termini economici per il comparto automotive in Gran Bretagna e, di riflesso, sui Paesi che oltremanica investono in capitali e industrie. Si assisterà a una "migrazione" verso altri lidi da parte delle industrie straniere presenti sul territorio britannico? La delocalizzazione subirà una rivoluzione? Andiamo con ordine.

Innanzitutto, alcuni dati per meglio comprendere la portata che la "Brexit" potrebbe avere sull'automotive britannico: la filiera dell'automobile (bus e truck, veicoli industriali e macchine per la movimentazione comprese) vale, in Gran Bretagna, 15 miliardi di sterline (quasi 18 miliardi e 600 milioni di euro al cambio attuale). La forza lavoro conta più di 800.000 unità, che annualmente sono arrivate a produrre 1.600.000 autoveicoli provenienti da 16 Case automobilistiche. E questo in riferimento alle "aride cifre": se si considera che la stragrande maggioranza dell'industria produttiva automotive in Gran Bretagna fa parte di costruttori stranieri, la situazione può - per utilizzare un eufemismo "understatement" all'inglese - definirsi a buon diritto "delicata".

BMW (con Mini e Rolls-Royce), Nissan, Honda, Ford, General Motors, Volkswagen (attraverso Bentley) e Toyota sono soltanto alcuni dei marchi presenti oltremanica con propri stabilimenti. A questi sarebbero da aggiungere Jaguar e Land Rover, che inglesi sono rimaste nell'amministrazione, ma da tempo fanno parte di Tata Motors. Sunderland, lo stabilimento Nissan dove vengono prodotti i modelli destinati all'Europa, è uno degli impianti più grandi come estensione in assoluto. Si tratta di Case auto per le quali, a causa dell'uscita della Gran Bretagna dalla UE, la delocalizzazione sul territorio britannico delle rispettive attività - frutto di passate iniziative di notevole sostegno al comparto automotive decise a suo tempo dal Governo britannico per i marchi europei e asiatici - potrebbe rivelarsi svantaggiosa in un'ottica futura.

Di più: oltre alle Case produttrici, la Gran Bretagna automotive annovera oltre una dozzina di centri specializzati in ricerca e sviluppo e sei studi di design. Per non parlare dell'indotto, costituito dai produttori di componentistica di primo equipaggiamento e aftermarket, un settore da tempo alle prese con una concorrenza che proviene dai mercati esteri. E, last but not least, c'è la nicchia del motorsport, che non è "soltanto Ferrari": basti pensare ai team di Formula 1, molti dei quali possiedono i propri quartier generali in Gran Bretagna.

Cosa succederà? È presto detto, e quanto segue viene già dichiarato a gran voce dagli esperti: tenuto conto che, nella situazione attuale, le previsioni a lungo termine sono pressoché impossibili, è lecito pensare che a breve-medio termine il comparto automotive britannico potrebbe essere interessato da un deciso ridimensionamento, che in massima parte potrebbe determinarsi attraverso l'aumento dei prezzi degli autoveicoli da destinare all'esportazione (un paio di percentuali per meglio capire il fenomeno "pre - Brexit": sul totale degli autoveicoli prodotti in Gran Bretagna, circa l'80% è destinato alla esportazione; e, di queste, il 57% ha come destinazione proprio i mercati UE). In termini di paragone, la filiera automotive in Gran Bretagna destinata all'esportazione risulta seconda soltanto alla chimica.

D'altro canto, non è più un mistero che alcune Case automobilistiche (fra queste: Bmw, Ford, Mercedes, Nissan, Jaguar Land Rover e Toyota) nei giorni scorsi avevano dichiarato di sostenere la politica europeista di David Cameron, il premier travolto dal proprio azzardo che ha imemdiatamente presentato le proprie dimissioni che avverranno a ottobre. Altri Costruttori - Volkswagen, General Motors attraverso Vauxhall, Aston Martin - avevano mantenuto una posizione leggermente più neutrale ma, tuttavia, mai esplicitamente a favore della Brexit.

A preoccupare le Case auto sarebbe anche la eventuale introduzione dei dazi doganali, finora assenti grazie alla libera circolazione delle merci che sussiste anche in Gran Bretagna. Questo provvedimento si ricollegherebbe, appunto, all'aumento dei listini. Una situazione che, insieme all'immediata perdita di terreno della sterlina nei confronti del dollaro, potrebbe tradursi in un generale calo nei fatturati delle Case automobilistiche e dell'indotto che, in una parola, significherebbe un difficile stato di isolamento industriale, fatto tanto più importante quanto si considera che finora la Gran Bretagna è il secondo mercato più importante per l'Unione Europea. A meno che non si instaurino accordi bilaterali UE-UK con specifici trattati commerciali.

Tutte queste, in ogni caso, sono soltanto ipotesi: il tempo evidenzierà le reali implicazioni che la Brexit avrà sul mercato. È tuttavia vero che, se allo stato attuale nessuno può azzardare ipotesi reali sulle conseguenze che la Brexit avrà riguardo alla filiera automotive, alcune Case auto stanno già facendo i conti: Toyota paventa che la Brexit causerà il 10% di tasse in più sugli autoveicoli prodotti in Gran Bretagna; e, dal canto suo, Jaguar Land Rover ipotizza che i profitti potrebbero subire, al 2020, un taglio pari a un miliardo di sterline (come dire 1,25 miliardi di euro).

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di Francesco Giorgi | 24 giugno 2016

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