Termini Imerese: nuovi scioperi e proteste

Continuano le proteste da parte degli operai di Termini Imerese a causa del futuro incerto dello stabilimento produttivo di Fiat.

Termini Imerese: nuovi scioperi e proteste

di Francesco Donnici

16 settembre 2011

Continuano le proteste da parte degli operai di Termini Imerese a causa del futuro incerto dello stabilimento produttivo di Fiat.

Al rientro dalle ferie estive  – che coincide anche con il rientro dalla cassa integrazione –  gli operai dello stabilimento Fiat (FIA.MI: Quotazione) di Termini Imerese hanno iniziato un duro sciopero che ha bloccato la produzione dell’impianto, per manifestare la propria preoccupazione sul futuro incerto dello stabilimento produttivo, in via di dismissione da parte di Fiat.

La protesta che dura ormai da tre giorni si è spostata stamani sull’autostrada Palermo-Messina, dove circa 300 operai hanno bloccato il traffico dell’importante arteria siciliana, mentre altri 50 lavoratori presidiano la stazione di Fiumetorto. Altri operai invece,  occupano  ancora l’ingresso della Bienne Sud, dove si sta tutt’ora svolgendo il blocco della statale 113.

Le varie forme di protesta sono state messe in atto per sensibilizzare il Governo e le parti sociali sulla difficile situazione e l’incertezza  in cui versano lo stabilimento e i suoi operai. Questi ultimi chiedono garanzie occupazionali da parte delle forze di Governo ,le quali stanno trattando con alcuni Gruppi industriali; tra cui DR Motor (settore automotive), Lima Group (elettromedicali e protesi sanitarie), Biogen (energetico e biomasse), Medstudios (produzione tv) e Newcoop (piattaforma logistica per la grande distribuzione),  per un eventuale subentro al Lingotto che terminerà la propria produzione nella fabbrica entro la fine dell’anno.

Il nodo della questione si basa sul fatto che le suddette aziende che dovrebbero prendere il posto del colosso torinese , prevedono si assorbire solo 1.650 operai su un totale di 2.200, in una terra dove il tasso di disoccupazione è già arrivato a livelli allarmanti e l’attuale crisi economica rischia di aggravare ulteriormente la situazione.

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