UK: la Brexit preoccupa i costruttori giapponesi

A rischio la presenza delle Case auto del Sol Levante oltremanica? Una ipotesi presa in seria considerazione dall’ambasciatore giapponese ed esternata alla premier Theresa May.

UK: la Brexit preoccupa i costruttori giapponesi

di Francesco Giorgi

13 febbraio 2018

L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea mette in allarme i big player giapponesi del comparto automotive. La posta in gioco è particolarmente elevata, il comparto si articola su tre grandi Case auto – Nissan, Honda, Toyota – che insieme impiegano circa 15.000 addetti (dati 2017) e producono quasi 850.000 autovetture all’anno, la metà delle quali (54%) ha per destinazione proprio i mercati UE. Per non parlare dell’indotto.

Su queste basi, e dopo un colloquio con la premier Theresa May, lo scorso weekend l’ambasciatore del Giappone ha avvertito il Governo britannico: il rischio principale della Brexit potrebbe concretizzarsi nella chiusura dei rispettivi impianti di produzione da parte dei Costruttori giapponesi presenti oltremanica.

L’incontro a Downing Street fra la premier May l’ambasciatore Koji Tsuruoka, al quale hanno preso parte le rappresentanze delle stesse Honda (il numero uno della filiale europea Ian Howells), Nissan Europe (il presidente Paul Willcox) e Toyota Europe (amministratore delegato Johan van Zyl) e Hitachi insieme ai dirigenti di altre quindici aziende del “Sol Levante”, si è concluso con questo messaggio del diplomatico giapponese: “Se la presenza delle aziende giapponesi nel Regno Unito non dovesse rivelarsi redditizia, nessun Gruppo privato potrebbe permettersi di proseguire la propria attività”. Una presa di posizione piuttosto radicale, che tuttavia rifletterebbe un pericolo avvertito da più parti: il rischio di perdere migliaia di posti di lavoro, e di dover procedere ad una riorganizzazione delle strategie produttive altrove.

Dati alla mano, mette in evidenza l’edizione online di Automotive News, le “Big Three” giapponesi presenti oltremanica – appunto: Honda, Nissan e Toyota – realizzano collettivamente circa la metà delle 1.670.000 autovetture prodotte annualmente sul territorio del Regno Unito: una storia, quella della presenza dei Costruttori del Sol Levante oltremanica, che negli anni si è via via consolidata anche grazie a imponenti sforzi economici (più di 40 miliardi di sterline messe sul piatto dalle aziende giapponesi dall’epoca nella quale Margaret Thatcher prometteva alle aziende straniere che intendessero commercializzare in tutto il Continente basi fiscali favorevoli).

Nel dettaglio, Honda è presente con un proprio stabilimento a Swindon, dove nel 1017 sono state assemblate circa 150.000 unità della lineup Civic.

Nissan, bestseller con più di 500.000 esemplari (fra Juke e Qashqai, Leaf e le due Infiniti Q30 e QX30) nel maxi-impianto di Sunderland – che dal 2007 ha realizzato più di 2.800.000 veicoli – nel 2016 ha raggiunto una quota di produzione di 507.436 vetture: un record, per l’impianto situato nella contea metropolitana del Tyne and Wear, ed è presente nel Regno Unito anche con il  Centro di design di Paddington; il centro di progettazione tecnica di Cranfield e il quartier generale delle attività vendita e marketing di Maple Cross (ricordiamo che nei mesi scorsi, per l’ammodernamento e l’adeguamento delle linee di produzione e per l’imminente “lancio” della rinnovata lineup del SUV Qashqai, è stato stanziato un totale di 53 milioni di sterline (corrispondenti a circa 60 milioni di euro), per un totale di investimenti capitale che supera i 4 miliardi di sterline, ai quali occorre aggiungere un apporto annuale nell’ordine di 3 miliardi di sterline all’economia nazionale, fra servizi, stipendi e fornitori.

Quanto a Toyota, il terzo “colosso” giapponese del comparto automotive possiede un proprio impianto, situato a Burnaston, dove operano circa 4.000 dipendenti e dove, fra Auris ed Avensis, nel 2017 sono state prodotte circa 200.000 autovetture.

La posta in gioco è particolarmente elevata”, avverte l’ambasciatore giapponese al termine dell’incontro con la premier Theresa May e alcuni ministri del suo Governo, mettendo in evidenza le preoccupazioni di Tokyo (il Giappone rappresenta la terza fra le più grandi economie mondiali) sull’”impatto” della Brexit nell’economia non soltanto del Giappone, ma anche dello stesso Regno Unito che è, dopo gli USA, la seconda principale destinazione degli investimenti produttivi da parte del “Sol Levante”.

In effetti, da più parti alcune grandi aziende (anche esterne al comparto automotive) chiedono da tempo maggiori chiarezze in merito alle eventuali conseguenze che l’uscita del Regno Unito dalla UE potrebbe generare. Molto, in questo senso, dipenderebbe (il condizionale è d’obbligo) dalle trattative attualmente in svolgimento fra Londra e Bruxelles. Le stesse aziende di oltremanica (comprese quelle straniere presenti nel regno Unito), ad esempio, temono che il tessuto economico britannico vada incontro ad una “catastrofe” qualora una “Hard Brexit” venga a concretizzarsi (e si parla di una diminuzione fino a due cifre del PIL).

Dal canto loro, riporta Automotive News, i portavoce del premier May si dichiarano favorevoli sulla necessità di proseguire con rapidità i colloqui sulla “Brexit”, in modo da assicurare relazioni commerciali senza sgravi fiscali con i mercati UE anche dopo il periodo di transizione.

Del resto, già all’indomani del referendum del 2016 il numero uno di Nissan, Carlos Ghosn, aveva chiesto un colloquio chiarificatore con Theresa May, la quale avrebbe rassicurato il massimo dirigente Nissan replicando che per le Case auto giapponesi presenti nel regno Unito sarebbe continuato il libero accesso nei mercati UE.

Come riportato nelle scorse ore da Il Sole 24 Ore, che cita i dati ufficiali SMMT-Society of Motor Manufacturers and Traders, la produzione automobilistica oltremanica è scesa nel 2017 del 3%, attestandosi ai già indicati 1.670.000 autoveicoli prodotti: un quantitativo causato da un rallentamento dell’economia, ma anche dall’incertezza del mercato interno “legato” alla Brexit. Sarebbe proprio questa una delle principali motivazioni connesse ad un vistoso calo (-34%, 1,1 miliardi) degli investimenti.