Blocchi del traffico: perché sono inutili

I provvedimenti di limitazione alla circolazione delle auto non sono la principale causa di inquinamento nelle nostre città. Ecco perché.

Ci siamo. Come ogni anno in questo periodo dobbiamo preparaci a limitare l'uso dell'auto nelle nostre città. Sono molti infatti i comuni italiani che, nella stagione autunnale ed invernale, emettono i cosiddetti "blocchi del traffico", cioè la limitazione parziale o totale della circolazione dei veicoli nelle aree urbane. Sulla carta si tratta di provvedimenti estremi, da utilizzare solo quando il livello di inquinamento è oltre la soglia consentita e viene compromessa la salute dei cittadini (ricordiamo che le polveri sottili in Italia causano la morte di oltre 5.000 persone all'anno, secondo uno studio dell'OMS). Nella realtà diventa una prassi sistematica per diversi mesi all'anno, a causa dei continui sforamenti dei limiti fissati per legge. Insomma, le nostre città in inverno sono talmente inquinate che strumenti d'urgenza come i blocchi del traffico diventano la quotidianità, o quasi.

Le ripercussioni di questa politica da parte delle amministrazioni comunali ha profonde conseguenze sulla popolazione. Non stiamo parlando solo del disagio che deriva dall'impossibilità di utilizzare la propria auto (tra l'altro rischiando pesanti sanzioni in caso di violazione del blocco), ma anche delle ricadute economiche per l'intero tessuto sociale, in particolare per le attività commerciali e ricettive delle nostre città.

La giustificazione all'utilizzo indiscriminato dei blocchi del traffico parte dal presupposto che siano le auto la principale causa di inquinamento nei centri urbani, in particolare per le emissioni di polveri sottili. Questa è una convinzione radicata anche nel pensiero comune, ma risulta erronea secondo diversi studi tra cui quello recentemente presentato in occasione del 4° Forum Energia, promosso da Engie con la collaborazione di ANCI, The European House-Ambrosetti e Politecnico di Milano. Le auto e il settore dei trasporti, pur contribuendo alle emissioni inquinanti, non ne sono la principale causa. Di conseguenza limitare esclusivamente questo settore risulta inutile se non si interviene su tutte le cause del problema.

La fetta più grossa dell'inquinamento urbano è rappresentata dagli impianti di riscaldamento delle abitazioni. I sistemi di riscaldamento costituiscono da soli oltre il 50% dell'anidride carbonica presente nelle città e fino al 30% delle polveri sottili. La causa principale è legata alla presenza di caldaie a gasolio, a gas e biomassa molto vecchie ed inquinanti, ma sono fattori determinanti anche la bassissima efficienza energetica delle abitazioni (di solito in classe F o G) e l'abitudine radicata di impostare nelle case temperature ben oltre i 20 gradi.

Ovviamente per limitare il problema servono interventi strutturali e di lungo periodo sulle abitazioni, cosa non facile da realizzare nel breve termine. Lo studio presentato dal Politecnico ha evidenziato che a Milano, ad esempio, sostituendo il 10% degli impianti più vecchi e meno efficienti con impianti più moderni si otterrebbe una riduzione delle emissioni pari al blocco del traffico per 6 settimane. Se questa è la situazione effettiva, perché le amministrazioni continuano ad accanirsi esclusivamente contro il settore dei trasporti e non fanno altrettanto con l'inquinamento da riscaldamento? I provvedimenti che si potrebbero prendere riguardano, ad esempio, la limitazione delle ore di funzionamento degli impianti e della temperatura in casa. Si tratta di provvedimenti (che qualche comune ha iniziato timidamente ad emanare) che chiedono un piccolo sacrificio ai cittadini, ma non hanno il pesante costo economico e sociale dei blocchi del traffico. 

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di Andrea Tomelleri | 14 ottobre 2016

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