Peugeot 208 R2 e T16: emozioni da rally a Misano

Una giornata da piloti rally: abbiamo provato le Peugeot 208 R2 e T16 sul circuito drifting di Misano.

Peugeot 208 R2 e T16 provate sul Circuito di Misano

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Tornare bambini alla soglia degli "anta"? E' possibile se ti ritrovi a Misano, sulla pista di terra dedicata al drifting, con le Peugeot 208 R2 e T16. Sì avete capito bene, i Leoni da corsa, tra cui la belva di Paolo Andreucci, 8 volte campione italiano rally e attualmente in vetta alla classifica del tricolore 2015.

Per uno che nell'infanzia sognava traversi giocando con la Peugeot 205 T16 è come fare un passo indietro nel tempo, quando bastavano quattro ruote di "plastica" per esser felici. Le sfide di allora, consistevano nel driftare, passatemi il termine tecnico, che comunque vuole dire tenere la sbandata controllata, su superfici improbabili come il pavimento di casa, o il balcone.

Ricordi di tempi andati, che riaffiorano improvvisamente quanto vedi che la 208 T16, con i colori simili alla sua antenata, e la sorellina R2, vengono preparate per prendere le misure adatte alla tua statura. Dopo una notte passata in attesa del grande evento, mettere la tuta, il casco, e salire in auto come un veterano del circo Orfei, dribblando la gabbia del roll-bar, diventa una formalità, un po' come scartare i regali alla vigilia di natale, quando credi ancora che sia stato Santa Claus in persona a portarteli. 

Salgo prima sulla R2, è ovvio, non conosco la pista, e poi all'interfono c'è un ragazzo giovane e vincente, che guida la piccola leonessa sul serio, l'attuale campione italiano junior, Michele Tassone. Non voglio deluderlo, anche perché sono il primo a provare, e poi voglio fare una buona impressione, altrimenti temo che non mi lascino usare la 208 T16. Start, cambio in retro, seguo le indicazioni dei meccanici, e poi via, metto la prima ed entro in pista. Il tracciato è corto, circa 800 metri mi dicono, mentre devo spingere la frizione solo in prima e in seconda, poi non serve, mentre in scalata devo utilizzarla. Il cambio è un sequenziale a 5 rapporti a comando meccanico, e si lascia gestire bene, a patto di essere rude come un uomo di Neandertal.

Il piccolo 1.6 con pistoni, bielle ed alberi a camme specifici da 185 CV spinge bene, ma la trazione anteriore, anche se può contare sul differenziale autobloccante, non può fare miracoli, per cui nei tornanti più st retti è meglio giocare con il freno a mano per farla girare. Poco male, l'auto è divertente e, viene da dire, formativa. Uno, due, tre giri, con il fiato sospeso a fare traversi e poi via, si esce per salire sulla T16 di Andreucci. 

L'emozione è tanta, forse sin troppa, in un attimo ti passano davanti tutti i salti dei vari Vatanen, Kankunen, Auriol, Allen, Biasion, e compagnia bella, poi vedi lo sguardo concentrato di Paolo, Andreucci è sottointeso, e capisci che quando parla di guida non scherza! Mi suggerisce di sfruttare l'accelerazione, di lavorare con il gas, come se fosse un gioco da ragazzi, ed io, come il cocco della maestra al primo Banco alle elementari, prendo appunti.

Ecco, il momento della verità si avvicina, ormai salgo in macchina come se fosse una pratica familiare, il roll-bar non fa più paura, le cinture a quattro punti neanche, voglio stare più aderente possibile al sedile, voglio sentirla, è un'occasione unica e devo viverla fino in fondo! Solita procedura per uscire dai box, la seduta è leggermente più alta della R2, vedo meglio e questo mi aiuta nell'individuare i punti di corda. Ecco, il motore si avvia, ed entrano in gioco 280 CV che scoppiettano come i fuochi d'artificio a ferragosto. Pensare che questa è la vettura con cui Paolo (tanto è gentile e disponibile che viene voglia di chiamarlo per nome come un amico di vecchia data) gareggerà nelle gare finali del campionato italiano rally, dove è tutt'ora in testa alla classifica, mi preoccupa, ho una grande responsabilità tra le mani, ma ormai ci sono e non posso, anzi non voglio tirarmi indietro.

La spinta sulle quattro ruote aiuta molto sulla terra, ma per guidarla davvero bisogna osare: ovvero forzare la frenata, fare quello che i rallisti definiscono il pendolo, e poi percorrere le curve in sbandata. Certo, scriverlo è un conto, farlo è un altro, soprattutto con un telaio che reagisce alla velocità della luce ed uno sterzo sensibile come le ali di un colibrì. All'inizio qualche traiettoria la prendo larga e devo aiutarmi con il freno a mano per rientrare in carreggiata, ma poi capisco il trucco, si accende il sorriso d'ordinanza di quando scopri quelle cose che ti cambiano la vita, e lo sguardo diventa quello della tigre, pardon, del Leone.

Allora comprendo una grande verità: che la 208 T16 non è così brutale come sembra, anzi è una vettura fedele, che non ti tradisce, e ti asseconda, a patto di essere convinto di fare la mossa giusta. Pena una perdita di controllo che ti manda in testacoda in un amen. Il fatto è che vai così dannatamente veloce che rischi di fare confusione tra il cambio sequenziale, che impone movimenti rapidi e decisi, e le traiettorie, che arrivano sotto le ruote sempre prima di quanto pensi. Nell'ultima tornata non rallento abbastanza, sono troppo concentrato, e così mi ritrovo a fare un giro in più: assaporo ogni istante che il volante mi passa tra le mani, la terra che schizza sotto le ruote, il turbo che soffia prepotente e quella sensazione di galleggiamento in controsterzo che è poi l'essenza della guida su terra. Sudato, stanco, svuotato di ogni energia, rientro ai box, e mi ci vuole la voce di un copilota nell'interfono per svegliarmi, io ero ancora lì, anche da fermo, a giocare con la 208 T16, proprio come facevo con la 205 T16 da bambino.'

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di Valerio Verdone | 15 luglio 2015

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