Le nuove frontiere dei biocarburanti

I biocarburanti sono veramente ecosostenibili? In effetti la produzione impatta sulle emissioni di CO2. Però il problema si può ovviare così

Un recente studio condotto da un ricercatore del Marine Biological Laboratory, Jerry Melillo, ha posto in discussione la sostenibilità dei biocarburanti. Certo, nuove non sono le voci che già li tacciano di sottrarre terreni alle coltivazioni destinate all'alimentazione del genere umano, paventando una questione etica prima ancora che ecologica.

In questo studio però il ricercatore ha voluto calcolare scientificamente quanto la produzione dei biocarburanti impatti direttamente o indirettamente nella generazione di CO2, che invece dovrebbe contribuire a ridurre. Lo studio è stato condotto in 2 diversi scenari: nel primo, una quantità di terreno dedicata all'agricoltura veniva riconvertita alla produzione di biocarburanti; nel secondo, una coltivazione già ad essi dedicata è divenuta più intensiva per incrementarne la produttività.

Ebbene, i risultati, più negativi in termini di emissioni di CO2 nel primo scenario, hanno sancito che produrre biocarburanti ha un potenziale di rilascio di anidride carbonica molto elevato. Inoltre, ad aggravare la situazione, concorrono anche altre sostanze nocive, come gli ossidi di azoto liberati dai fertilizzanti chimici con cui si irrorano la coltivazioni. La produzione su scala internazionale ed intensiva dei biofuel sembra dunque non essere sostenibile.

Qualcuno però si è già mosso per trovare soluzioni alternative, come, ad esempio, un gruppo di studenti dell'Università di Pavia guidati da Paolo Magni - professore di Bioingegneria, che ha avuto una geniale intuizione: convertire il siero del latte in biocarburante, grazie al batterio "E. Coli". Partendo da questo "rifiuto speciale", infatti, alcuni funghi e batteri metabolizzano il lattosio, digerendolo in glucosio, e fanno fermentare quest'ultimo trasformandolo poi in etanolo ad alta efficienza da utilizzare puro o miscelato alla benzina.

Anche la NASA si è interessata all'argomento, benché abbia esteso la sua attenzione all'ambiente marino anziché a quello terrestre. La permanenza nello spazio degli astronauti, dove le risorse devono essere sfruttate il più possibile, scarti compresi, ha ispirato lo sviluppo del progetto "Sustainable Energy for Spaceship Earth", finalizzato alla produzione di energia pulita riducendo al minimo gli sprechi o gli impatti indiretti.

La risposta è arrivata dalle alghe e dalla loro capacità di produrre "olio" in quantità nettamente superiori rispetto ad altre coltivazioni: 2.000 litri di olio per ettaro all'anno, contro i 50 della soia o i 160 della colza. L'estrazione avviene facendo crescere le alghe all'interno di sacchetti di membrane semi-permeabili, realizzati con plastica riciclabile, posti sulla superficie dell'oceano e in grado di imprigionare al loro interno le sostanze di scarto dell'acqua (fosfati, nitrati, metalli pesanti etc), con cui nutrire le alghe. È così possibile "coltivarne" grandi quantitativi impattando positivamente sull'acqua dell'oceano, che viene filtrata dalle alghe, e anche sull'aria giacché, come ogni altra pianta esse svolgono la sintesi clorofilliana producendo ossigeno da anidride carbonica.

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