Le nuove auto riscoprono i fari tondi, ma il motivo non è solo rétro
Sembravano destinati ai libri di storia dell’automobile. Invece i fari tondi stanno tornando. Basta guardare modelli come Mini Cooper, Fiat 500 e Renault 4 E-Tech per accorgersi che il cerchio ha nuovamente conquistato un posto importante sul frontale delle auto moderne. Ma c’è una differenza fondamentale rispetto al passato: oggi il faro non deve più essere circolare. I progettisti scelgono quella forma perché vogliono farlo.
Ed è proprio la tecnologia LED ad aver reso possibile questo curioso ritorno. I moderni sistemi di illuminazione hanno infatti concesso ai designer una libertà che le vecchie lampadine e i grandi riflettori non permettevano. Il faro può diventare sottile, verticale, diviso in più elementi oppure trasformarsi in una semplice firma luminosa. Il cerchio, quindi, non è più un vincolo tecnico. È diventato un elemento grafico.
Quando i fari tondi erano praticamente una necessità
Per capire perché siano tornati bisogna partire da quando non potevano quasi essere diversi.
Le automobili hanno utilizzato per decenni fari circolari perché questa forma si adattava bene ai tradizionali riflettori parabolici. Il principio era relativamente semplice: la superficie riflettente permetteva di raccogliere e proiettare la luce prodotta dalla lampadina.
Il risultato è entrato nell’immaginario automobilistico. Pensiamo al Maggiolino Volkswagen, alla Mini classica oppure alla Fiat 500: due cerchi ai lati del frontale erano sufficienti a dare all’auto una vera e propria espressione.
In alcuni mercati la forma fu condizionata anche dalle normative. Negli Stati Uniti, per esempio, i fari sealed beam circolari standardizzati furono obbligatori per decenni. Solo successivamente vennero ammesse altre configurazioni, fino alla maggiore libertà concessa negli anni Ottanta ai gruppi ottici sagomati e più aerodinamici.
In Europa c’era maggiore libertà, ma il cambiamento era comunque iniziato. Già all’inizio degli anni Sessanta comparvero fari rettangolari su vetture come Ford Taunus P3 e Citroën Ami 6.
Il cerchio cominciava a sembrare vecchio. Il rettangolo, invece, comunicava modernità.
Dai fari rettangolari alle sottilissime strisce LED
Con l’evoluzione della tecnologia il faro smette progressivamente di essere un elemento quasi indipendente dalla carrozzeria e viene integrato sempre di più nel design dell’auto.
I fari diventano rettangolari, trapezoidali e poi completamente sagomati. Materiali plastici, nuovi riflettori e sistemi di proiezione danno ai designer una libertà crescente. Già negli anni Novanta l’evoluzione delle sorgenti luminose e dei sistemi di calcolo dei riflettori aveva ampliato sensibilmente le possibilità nella progettazione dei gruppi ottici.
Poi arrivano i LED e cambiano nuovamente le regole.
Questa tecnologia inizia a diffondersi nell’illuminazione automobilistica negli anni Novanta per alcune funzioni posteriori e trova successivamente spazio nei fari anteriori e nelle luci diurne.
La conseguenza sul design è enorme.
Non essendo più necessario costruire l’intero gruppo ottico intorno alla forma di una tradizionale lampadina con il suo grande riflettore, la luce può essere distribuita attraverso elementi molto più piccoli e organizzata graficamente.
Nascono così le firme luminose che oggi permettono di riconoscere un’automobile anche di notte. Strisce orizzontali, elementi verticali, pixel, segmenti e gruppi ottici sempre più sottili diventano parte dell’identità dei marchi.
Ed è proprio questa libertà tecnologica ad aver permesso, paradossalmente, di riportare indietro le lancette del design.
Mini, Fiat 500 e Renault 4: il cerchio diventa una firma
La Mini è probabilmente l’esempio più immediato. Togliere completamente i fari circolari significherebbe eliminare uno dei tratti che permettono di riconoscere l’auto in pochi istanti.
Lo stesso principio si ritrova sulla moderna Fiat 500, dove il richiamo alla vettura storica passa anche attraverso l’organizzazione circolare degli elementi luminosi anteriori.
La Renault 4 E-Tech interpreta il concetto in maniera ancora diversa. Non cerca di replicare materialmente i vecchi fari come se fossero stati prelevati da un modello degli anni Sessanta. Utilizza invece la tecnologia moderna per recuperare alcuni elementi grafici legati alla R4 originale.
È questa la differenza più interessante.
Il faro tondo moderno non deve necessariamente essere un vero proiettore circolare come quelli di una volta. Può essere un anello LED, una cornice o semplicemente una parte della firma luminosa che suggerisce quella forma.
Il passato viene quindi citato, non copiato.
Non è soltanto nostalgia: serve a riconoscere subito un’auto
Dietro il ritorno dei fari circolari c’è anche una questione molto pratica per i costruttori: l’identità.
Oggi le case automobilistiche hanno molta più libertà nella progettazione dei gruppi ottici rispetto al passato. Proprio per questo la luce è diventata uno degli strumenti principali per differenziare un modello dall’altro. Volkswagen, per esempio, sottolinea come forma, dimensioni e disposizione dei fari abbiano progressivamente contribuito a definire l’immagine dei marchi.
Il cerchio ha un vantaggio evidente: su determinate automobili è immediatamente associabile alla loro storia.
Non bisogna quindi aspettarsi che improvvisamente tutte le nuove auto abbandonino le sottili strisce LED per tornare ai grandi proiettori rotondi. Il fenomeno è più interessante proprio perché avviene in parallelo.
Da una parte ci sono fari sempre più piccoli e nascosti nella carrozzeria. Dall’altra tornano forme semplici e immediatamente riconoscibili, utilizzate soprattutto quando un costruttore vuole creare un collegamento con il proprio passato.
È uno dei paradossi più riusciti del design automobilistico moderno. Per decenni la tecnologia ha lavorato per liberarsi del faro circolare. Ora che può realizzare praticamente qualsiasi forma, permette ai designer di disegnare nuovamente un cerchio.
Solo che questa volta non serve a contenere una lampadina. Serve a raccontare da dove arriva un’auto.
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