Stellantis Melfi, un anno senza lavoro: speranza nei cinesi
Un anno senza lavoro, decine di candidature inviate e nessuna prospettiva concreta di rientrare in fabbrica. La crisi dell’indotto Stellantis a Melfi continua a farsi sentire, soprattutto tra gli ex dipendenti delle aziende che operavano attorno allo stabilimento lucano. E mentre il settore automotive attraversa una fase di profonda trasformazione, c’è chi guarda con speranza persino al possibile arrivo di investitori cinesi.
A raccontare questa situazione è un ex addetto alla logistica che lavorava nell’orbita di Sit Rail, una delle realtà legate alle attività del polo industriale di San Nicola di Melfi. Dopo il licenziamento, la sua quotidianità è cambiata radicalmente: da dodici mesi vive grazie alla NASpI, l’indennità di disoccupazione, integrata quando possibile con qualche occupazione temporanea.
Il problema, però, non riguarda soltanto il presente. Con il sostegno economico destinato prima o poi a terminare, la vera preoccupazione è capire cosa succederà nei prossimi mesi. E le opportunità, almeno per il momento, sembrano poche.
Stellantis Melfi, un anno di NASpI e nessuna chiamata
“È un anno che vivo grazie alla NASpI”. Bastano queste parole per descrivere la situazione di chi, dopo aver perso il posto nell’indotto Stellantis, non è ancora riuscito a trovare una nuova occupazione stabile.
L’ex lavoratore racconta di aver inviato numerose candidature, anche attraverso le agenzie per il lavoro, senza ottenere risposte concrete. Nel frattempo cerca di arrangiarsi con piccoli impieghi saltuari, insufficienti però a garantire la continuità economica di uno stipendio.
Una condizione che non riguarda soltanto lui, ma che coinvolge anche altri ex colleghi rimasti fuori dal sistema produttivo.
Eppure, dopo i licenziamenti, qualche prospettiva sembrava esserci.
Durante gli incontri che avevano preceduto l’uscita dei lavoratori, anche alla presenza delle organizzazioni sindacali, si era parlato della possibilità di creare un bacino di prelazione.
In pratica, un elenco di ex dipendenti con relative competenze professionali, da prendere in considerazione nel caso di nuove assunzioni o investimenti nell’area industriale.
Uno strumento che avrebbe potuto favorire il ricollocamento di personale già formato e con esperienza nelle attività dello stabilimento.
Ma, secondo quanto raccontato dall’ex addetto alla logistica, quella prospettiva non avrebbe prodotto risultati.
“Non si è mosso niente”, è il suo commento.
Il punto è proprio questo: chi ha perso il lavoro non chiede necessariamente di tornare a svolgere le stesse mansioni, ma di poter utilizzare le competenze acquisite per rientrare nel mercato occupazionale.
Formazione e internalizzazione: perché tornare in fabbrica è difficile
A complicare la situazione ci sono anche i cambiamenti organizzativi che interessano il mondo Stellantis.
Uno dei temi più delicati è quello dell’internalizzazione delle attività, chiamata anche insourcing. Significa che alcune lavorazioni precedentemente affidate ad aziende esterne vengono riportate direttamente all’interno dell’organizzazione del costruttore.
Una scelta industriale che può modificare gli equilibri occupazionali dell’indotto, soprattutto per le imprese che in passato fornivano servizi logistici e altre attività di supporto alla produzione.
Per chi lavorava presso questi fornitori, il rischio è evidente: se diminuiscono le attività affidate all’esterno, possono ridursi anche le possibilità di essere riassunti dalle aziende dell’indotto.
È proprio questa una delle principali preoccupazioni espresse dall’ex dipendente, che vede allontanarsi la possibilità di tornare a lavorare nell’area industriale.
Non sono mancati, nel frattempo, i tentativi di trovare alternative.
La Regione ha promosso percorsi di formazione professionale, anche per figure come idraulici ed elettricisti. L’obiettivo era permettere ai lavoratori espulsi dalla filiera automotive di acquisire nuove competenze spendibili in altri settori.
Ma ottenere una qualifica non significa automaticamente trovare un impiego.
Secondo la testimonianza raccolta, questi corsi non avrebbero portato alle opportunità lavorative sperate.
Restano inoltre le aspettative legate agli impegni per il ricollocamento dei lavoratori, che sarebbero stati assunti dall’esponente regionale Cupparo all’inizio del 2026.
Anche su questo fronte, almeno secondo il racconto dell’ex addetto, non sarebbero arrivati risultati concreti.
Una situazione che evidenzia un problema più ampio: la difficoltà di trasformare gli interventi di sostegno e riqualificazione in nuovi posti di lavoro effettivi.
Stellantis Melfi, la speranza dei lavoratori guarda alla Cina
In questo scenario torna il tema dei possibili nuovi investimenti nell’area industriale di Melfi.
E tra le ipotesi citate dall’ex lavoratore c’è anche quella dell’arrivo di aziende o investitori cinesi, che potrebbero contribuire a creare nuove opportunità occupazionali.
“Se arrivano i cinesi qualcosa si potrebbe muovere”, è il senso della sua speranza.
Attenzione, però: non si tratta di un investimento confermato né di un progetto industriale già definito. È una possibilità alla quale il lavoratore guarda con interesse, nella speranza che nuovi soggetti possano contribuire al rilancio dell’occupazione.
Del resto, per un territorio fortemente legato alla produzione automobilistica, l’eventuale ingresso di nuove imprese potrebbe rappresentare un’occasione per diversificare le attività e ridurre la dipendenza da un unico grande gruppo.
Non basterebbe, naturalmente, l’annuncio di un investimento. Per avere effetti concreti sull’occupazione servirebbero progetti produttivi, tempi definiti e soprattutto assunzioni.
Il tema riguarda anche il futuro della filiera locale. Lo stabilimento Stellantis di Melfi rappresenta un punto di riferimento per numerose attività collegate, dalla logistica ai servizi industriali.
Quando cambiano i volumi produttivi o l’organizzazione delle lavorazioni, le conseguenze possono estendersi ben oltre i dipendenti diretti della fabbrica.
Per questo, il rilancio del polo industriale non può essere valutato soltanto attraverso i nuovi modelli automobilistici o gli investimenti destinati agli impianti. Conta anche la capacità di mantenere e creare occupazione nelle aziende che lavorano attorno allo stabilimento.
Per gli ex dipendenti rimasti senza lavoro, però, il tempo stringe.
La scadenza della NASpI rappresenta una preoccupazione concreta, perché rischia di lasciare senza un sostegno economico persone che non hanno ancora trovato un’alternativa professionale stabile.
E mentre si discute di trasformazione industriale, riconversione e nuovi investimenti, c’è chi continua ad aspettare una semplice telefonata per un colloquio.
La vicenda di Melfi racconta così uno degli aspetti meno visibili della trasformazione del settore automotive: quello dei lavoratori dell’indotto che rischiano di rimanere esclusi dai nuovi assetti produttivi.
L’eventuale arrivo di investitori cinesi resta soltanto un’ipotesi, ma per chi è fermo da un anno rappresenta almeno una possibilità da seguire.
La vera sfida, adesso, sarà capire se gli impegni sul ricollocamento, i percorsi di formazione e i futuri progetti industriali riusciranno finalmente a tradursi in nuove assunzioni. Perché a Melfi, oltre ai piani per il futuro dell’automobile, c’è anche quello di tante famiglie che aspettano di tornare a lavorare.
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