Auto elettriche: il Coronavirus rallenta la transizione verso la e-mobility

Produzione globale in calo, incertezza economica: la mobilità “green” potrebbe risentirne. Deloitte: subito strumenti concreti per ragionare sul futuro.

Diminuzione della catena logistica, momentanei stop all’assemblaggio di veicoli: sono soltanto alcune delle principali misure intraprese dalle aziende del comparto automotive in ordine all’espandersi dell’emergenza da coronavirus a livello globale, che ha già provocato un repentino calo della domanda ed ha già causato un pesante contraccolpo all’industria, al commercio ed ai servizi. Una situazione che va ad interessare in linea diretta l’intera collettività, e rischia di tramutarsi in una diminuzione dei consumi. Il mercato dell’auto in Italia ha già espresso un primo consuntivo: il crollo dell’85% delle nuove immatricolazioni di autovetture fatto registrare a marzo 2020. Il “bilancio” delle nuove immatricolazioni in Europa a marzo è imminente; non ci sarà tuttavia da stupirsi se i dati saranno molto in negativo. Ad aggiungere incertezza, interviene il fatto che è pressoché impossibile stabilire con precisione quando la delicatissima, ed oltremodo difficile, emergenza da Covid-19 avrà termine. Il quadro per i mesi a venire, dunque, si complica ulteriormente.

Del resto, risale proprio a fine marzo 2020 la presa di posizione ACEA (Associazione Europea che raggruppa le Case costruttrici) in cui si indicava come l’eccezionale negatività causata dal Covid-19 costituisca “La peggiore crisi che mai abbia interessato l’industria dell’auto”. In una lettera inviata alla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen e firmata anche da altre associazioni europee di settore (CLEPA-Associazione europea delle aziende della filiera di fornitura; ETRMA-Associazione europea che riunisce le aziende di produzione pneumatici ed articoli in gomma; e CECRA, organismo che rappresenta le aziende di riparazione e assistenza veicoli) , ACEA, attraverso il presidente Mike Manley, chiedeva fra l’altro un riesame in materia di applicazione dei tempi e dei modi delle nuove normative UE sulle emissioni di CO2, ovvero un temporaneo “congelamento”, almeno per i prossimi mesi, alle eventuali sanzioni derivanti dall’avere superato il limite dei 95 g/km dalla media di produzione per ciascuna Casa costruttrice.

Il passaggio alla nuova mobilità eco-friendly rallenterà?

La questione relativa al futuro del comparto automotive in un’ottica a breve-medio termine riguarda anche, e soprattutto, le nuove generazioni di autoveicoli elettrificati. Sebbene la transizione verso la mobilità a basse (o del tutto assenti) emissioni di CO2 allo scarico sia fuori discussione – in ballo ci sono mega investimenti da decine di miliardi di euro e di dollari messi in campo dagli stessi Gruppi industriali così come a livello amministrativo centrale (basti pensare, ad esempio, al progetto “European Battery Alliance” da 3,2 miliardi di euro lanciato nel 2017 dall’Unione Europea) -, è possibile che nel prossimo futuro il graduale passaggio verso la e-mobility subisca anch’esso un rallentamento.

Servono provvedimenti per salvaguardare la filiera

È quanto emerge da un’analisi, a cura della società internazionale di consulenza Deloitte, nella quale si è determinato quanto l’emergenza da coronavirus incida, in chiave attuale, sulla filiera automotive. Nel rapporto si puntualizza anche l’opportunità di far “slittare” gli attuali target delle emissioni di diossido di carbonio; e, contestualmente, la messa in fase di programmi di sostegno alla rottamazione per i veicoli più inquinanti in modo da mantenere attivi i livelli di vendita di nuovi veicoli, nonché l’estensione di provvedimenti di super-credito e l’adozione di maggiori benefici fiscali per l’acquisto di nuove auto. Tutto questo è, chiaramente, funzionale alle stime di mercato indicate da Deloitte (analisi elaborata su dati IHS Markit).

Nella sua globalità, si prevede, per il 2020, un crollo di produzione veicoli leggeri (autovetture e Van) nell’ordine di circa 11 milioni di unità: da 88,9 milioni registrati nel 2019 si scenderebbe a 77,9 milioni; un calo di 2,219 milioni di unità in nord America e di 2,956 milioni di unità in Europa. Ma andiamo con ordine.

Auto elettriche: il futuro è fuori discussione, ma l’incertezza pesa nell’immediato

Una delle questioni-chiave, nell’attuale asset del comparto automotive, è legato a quanto si prevede che le auto elettriche ed ibride-elettriche incideranno nei mesi a venire sui prossimi livelli di produzione. Posto che, osserva il report Deloitte, è certo che le nuove generazioni di autoveicoli punteranno sempre più sull’elettrificazione, è ragionevole attendersi, a breve termine e nei Paesi occidentali, un rallentamento della crescita di nuove auto “low emission” o “zero emission”. Dati alla mano, mentre in Europa il comparto delle auto elettriche aveva chiuso il 2019 con una crescita dell’80,5%, è molto probabile che il blocco degli stabilimenti provocato in Cina (che con una quota di mercato superiore al 50% rappresenta il principale produttore di batterie a livello globale) avrà notevoli ripercussioni sulla filiera internazionale. Ciò determinerà maggiore incertezza sui tempi di transizione per il settore, nonché sulle stime per il 2020. A questo proposito, Giorgio Barbieri, partner Deloitte e responsabile italiano per il settore Automotive della società di consulenza, indica che “Il passaggio dei Paesi più avanzati verso l’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili è un processo irreversibile, tuttavia la complessità della tecnologia legata allo sviluppo della mobilità elettrica richiede enormi investimenti pluriennali, oggi poco compatibili con la contrazione dei margini di profitto e la crisi di liquidità delle imprese”. “A questa possibile contrazione degli investimenti, vanno aggiunti anche gli effetti dello slittamento del lancio di nuovo modelli elettrici, dovuti anche al rinvio dei principali eventi di settore”.

Prezzi elevati in rapporto alla crisi

A remare contro lo sviluppo commerciale dell’auto elettrica nell’immediato intervengono ulteriori fattori: innanzitutto, prezzi di vendita elevati in rapporto alla media dei mercati, una “voce” – quest’ultima – di particolare rilievo in uno scenario che si caratterizza per crisi economica ed incertezze reddituali. È facile ipotizzare, osserva Deloitte, che molti potenziali acquirenti rinvieranno le rispettive decisioni di acquisto a tempi di maggiore sicurezza economica; alla più semplice, si può ipotizzare che le scelte – in un’ottica a brevissimo termine – ricadano su veicoli provvisti di sistemi di alimentazione “convenzionali”, a favore dei quali gioca (è opportuno ricordarlo) la diminuzione del prezzo del petrolio.

Si punta su auto “popolari”

I tassi di crescita dei veicoli elettrici (+52,9% nel 2019 rispetto al 2018) ed ibridi-elettrici (+49,8%) sono stati promettenti, tuttavia il comparto a basse o zero emissioni resta al momento “marginale” (1.356.000 unità immatricolate in Europa nel 2019) in proporzione ai ben più elevati tassi di incidenza delle auto benzina e diesel, che nel 2019 hanno, rispettivamente, rappresentato il 58,9% ed il 30,5% del monte-vendite europeo.

Le potenzialità di sviluppo della mobilità elettrica ci sono

In ogni caso, le previsioni di mercato della nuova e-mobility sono elevate: la ricerca “Global Automotive Consumer Study 2020” che Deloitte ha di recente condotto su un campione di più di 35.000 consumatori in 20 paesi nel mondo, permette di stabilire che il comparto della mobilità elettrica mantiene notevoli potenzialità sviluppo in un’ottica di lungo periodo, dato che cresce la preferenza dei consumatori per auto più ecologiche, soprattutto in Italia, dove l’interesse per i veicoli ibridi-elettrici sale al 71%.

Pensare allo sviluppo per ragionare sul futuro

L’analisi Deloitte sull’auto elettrica nel prossimo futuro individua un’ulteriore indicazione: considerato il “peso” del settore automotive sull’economia europea – forza lavoro, diretta e indiretta, di 13,8 milioni di persone, fatturato complessivo che incide per il 7% sul PIL globale UE; investimenti annui in ricerca e sviluppo nell’ordine di 57,4 miliardi di euro, cioè il 28% delle spese complessive da parte dell’Unione Europea e pone il comparto automotive ai vertici per contributi privati all’innovazione; 428 miliardi di euro garantiti ogni anno fra tasse e imposte (e prendendo in considerazione soltanto i Paesi UE15) -, e tenuto conto degli sforzi finanziari già messi in atto dalla Banca Centrale Europea per il supporto al comparto, è necessario – sostiene Deloitte – che si debbano “Allentare i vincoli ambientali per potere rimettere in moto la macchina industriale”. “Non è immaginabile, con il crollo delle vendite, una penalizzazione dei modelli benzina o diesel che hanno maggior mercato. Inoltre, l’incertezza dell’effettiva ripartenza dei produttori asiatici di batterie e componenti elettrici potrebbe compromettere la supply-chain e la capacità produttiva dei veicoli elettrici in Europa”, prosegue Giorgio Barbieri.

Far slittare di un anno o due i nuovi limiti alle emissioni

Nodo cruciale è, come accennato, la soglia alle emissioni di CO2: “Mantenere gli attuali vincoli e le relative sanzioni rappresenterebbe un ulteriore colpo alle finanze delle Case produttrici”. Ciò determinerebbe una serie di “Conseguenze lungo la value-chain a breve-medio termine e, a medio-lungo termine, sugli investimenti futuri nell’innovazione e nello sviluppo, che sono essenziali per l’evoluzione della mobilità elettrica, con possibili ripercussioni anche occupazionali e quindi sociali”. Ci sono diverse soluzioni che è possibile attuare per far arrivare alle aziende nuovo ossigeno vitale ad una nuova fase di investimenti: lo slittamento temporale dei target di almeno un anno o due, indica Deloitte; e sostenere la rottamazione dei veicoli più inquinanti con incentivi statali, con l’obiettivo di rivitalizzare le vendite mantenendo inalterato l’obiettivo di una mobilità via via più sostenibile. “Last but not least”, estendere i super-crediti ed introdurre maggiori benefici fiscali per l’acquisto di auto nuove, “Armonizzando le aliquote fra i diversi Paesi dell’Unione per rilanciare l’industria automobilistica europea nel suo complesso”.

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