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Produzione auto, Italia in crisi: -23% mentre Francia e Germania crescono

Di Simone Fiderlisi •
Pubblicato il 30 ott 2026
Produzione auto, Italia in crisi: -23% mentre Francia e Germania crescono
La produzione auto in Italia crolla del 23% nel 2025, mentre Francia e Germania crescono. Ecco i numeri delle fabbriche europee, le differenze tra i Paesi e cosa rischia l'industria italiana.

La produzione auto in Italia continua a perdere terreno e il confronto con gli altri Paesi europei rende la situazione ancora più evidente. Nel 2025 gli stabilimenti italiani hanno costruito appena 237.849 autovetture, registrando un calo del 23% rispetto all’anno precedente. Un risultato pesante, soprattutto considerando che nello stesso periodo Francia e Germania hanno aumentato i propri volumi produttivi.

Il problema, però, non riguarda soltanto l’Italia. L’intera industria automobilistica europea sta attraversando una fase complicata, tra transizione elettrica, costi industriali elevati e una concorrenza internazionale sempre più agguerrita.

A fare la differenza è soprattutto la capacità dei singoli Paesi di attirare investimenti e ottenere la produzione di nuovi modelli. Perché una fabbrica può anche essere moderna ed efficiente, ma senza vetture da assemblare rischia inevitabilmente di lavorare a ritmo ridotto.

E i numeri del 2025 mostrano quanto questa sfida sia diventata importante per il futuro dell’industria automobilistica italiana.

Produzione auto in Italia a picco: il confronto con l’Europa

Partiamo dai numeri. Nel 2025 in Europa sono state prodotte circa 14,11 milioni di autovetture, l’1% in meno rispetto al 2024. Un risultato che comprende anche Paesi esterni all’Unione europea, come Regno Unito e Turchia.

Limitando il confronto ai soli Paesi dell’UE, la produzione si è attestata intorno a 11,85 milioni di unità, rimanendo sostanzialmente stabile.

Dietro questa apparente stabilità, però, si nascondono differenze importanti.

La Germania resta il principale produttore europeo, con 4.148.836 autovetture costruite nel 2025, in crescita del 2%. La Spagna mantiene il secondo posto nell’Unione europea con 1.810.331 unità, nonostante una flessione del 6%.

La Repubblica Ceca si conferma un altro polo industriale fondamentale, con 1.445.776 vetture prodotte, mentre la Francia mette a segno una crescita del 17%, raggiungendo quota 1.061.700 unità.

E l’Italia? Il confronto è impietoso.

Con 237.849 autovetture prodotte, il nostro Paese si ferma molto lontano dai principali concorrenti europei, registrando una contrazione del 23% rispetto alle 309.758 unità del 2024.

Anche altri mercati hanno chiuso l’anno in negativo, come Polonia (-7%), Ungheria (-5%) e Svezia (-6%). Ma la flessione italiana risulta decisamente più marcata.

Per avere un quadro immediato, ecco alcuni dei principali risultati del 2025:

Paese Auto prodotte Variazione
Germania 4.148.836 +2%
Spagna 1.810.331 -6%
Repubblica Ceca 1.445.776 circa 0%
Francia 1.061.700 +17%
Slovacchia 1.008.363 +2%
Italia 237.849 -23%

Numeri che fotografano un’Europa automobilistica a più velocità, nella quale l’Italia fatica a mantenere il proprio peso industriale.

Fabbriche italiane in difficoltà: il problema dei nuovi modelli

Perché l’Italia produce sempre meno automobili? La risposta non è legata a un solo fattore.

Il costo dell’energia, la competitività degli stabilimenti, la disponibilità dei componenti e le strategie dei gruppi automobilistici incidono sulle decisioni produttive. Ma c’è un elemento particolarmente importante: l’assegnazione dei nuovi modelli alle fabbriche.

Quando una vettura arriva alla fine della propria carriera commerciale, lo stabilimento che la produce ha bisogno di un modello sostitutivo per mantenere adeguati volumi di lavoro.

Se questa sostituzione tarda ad arrivare, oppure la produzione viene trasferita altrove, le conseguenze possono essere immediate: meno turni, linee meno utilizzate e una riduzione delle attività per le aziende dell’indotto.

In Italia il tema riguarda da vicino Stellantis, che ricopre un ruolo centrale nella produzione automobilistica nazionale.

Il futuro di molti stabilimenti dipende infatti dalle scelte industriali del gruppo, dai programmi di lancio delle nuove vetture e dai volumi che verranno assegnati agli impianti italiani.

Il punto non è soltanto mantenere aperte le fabbriche. Serve garantire loro una produzione sufficiente e continuativa.

Uno stabilimento può restare operativo anche lavorando molto al di sotto delle proprie capacità, ma una situazione del genere rischia di diventare difficile da sostenere nel lungo periodo.

E le conseguenze non si fermano ai cancelli delle fabbriche.

Attorno alla produzione automobilistica ruotano fornitori di componenti, aziende della logistica, imprese specializzate nella manutenzione industriale e numerose altre attività.

Meno auto prodotte significa quindi meno lavoro potenziale per un’intera filiera, non soltanto per chi assembla materialmente le vetture.

La crescita della Francia dimostra, comunque, che recuperare parte dei volumi è possibile. Il suo +17% nel 2025 rappresenta un segnale positivo, anche se il Paese resta lontano dai livelli produttivi raggiunti nei primi anni Duemila.

Sempre più auto arrivano da fuori Europa: cosa cambia per l’industria

C’è poi un altro aspetto che rende la situazione ancora più delicata: una quota crescente delle auto vendute nell’Unione europea viene costruita fuori dai suoi confini.

Nel primo semestre del 2026, le vetture prodotte all’interno dell’UE hanno rappresentato il 68% delle nuove auto vendute nel mercato comunitario.

Si tratta del livello più basso registrato fino a quel momento.

Nello stesso periodo, le automobili costruite in Cina hanno raggiunto una quota del 9% delle vendite europee.

Attenzione, però, a non confondere il luogo di produzione con la nazionalità del marchio.

Un’automobile di un costruttore europeo può essere assemblata in Cina e successivamente importata nell’Unione. Allo stesso modo, un modello di un marchio cinese può essere prodotto direttamente in uno stabilimento europeo.

La distinzione è importante perché il problema industriale non riguarda soltanto quali marchi vendono più automobili, ma soprattutto dove vengono costruite le vetture acquistate dagli automobilisti europei.

Un mercato può anche registrare buoni risultati commerciali senza generare un aumento equivalente della produzione locale.

Ed è proprio questo uno dei rischi per il settore automotive europeo.

La transizione verso l’elettrico aggiunge ulteriori difficoltà. Le Case devono investire in nuove piattaforme, batterie, tecnologie e processi produttivi, cercando contemporaneamente di contenere i costi.

In questo scenario, la scelta di localizzare la produzione in un Paese piuttosto che in un altro diventa ancora più importante.

Per l’Italia, quindi, la vera sfida sarà conquistare nuovi modelli e riportare volumi negli stabilimenti esistenti.

Non basteranno gli annunci di investimento. Serviranno programmi industriali concreti, produzioni continuative e una prospettiva sufficientemente lunga da permettere anche ai fornitori di organizzarsi.

Il confronto con gli altri Paesi europei lascia poco spazio ai dubbi: mentre Germania e Francia hanno chiuso il 2025 in crescita, l’Italia ha registrato una delle contrazioni più pesanti.

Questo non significa che il settore automobilistico italiano sia destinato a scomparire, ma evidenzia quanto sia urgente invertire la tendenza.

Perché il futuro dell’industria non dipenderà soltanto da quante automobili verranno vendute in Europa, ma anche da quante continueranno a essere costruite in Italia. E soprattutto da quali nuovi modelli arriveranno sulle linee produttive nei prossimi anni.

 

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