Volkswagen-Dieselgate: altri licenziamenti

Francesco Giorgi
24 Agosto 2018
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Lo riporta una notizia pubblicata dal quotidiano finanziario tedesco Handselblatt: l’annuncio riguarderebbe sei dirigenti VW. Nel frattempo, la KBA promette linea dura contro chi ancora non è in regola con i richiami.

I vertici Volkswagen restano nella bufera per le conseguenze del “Dieselgate”? Secondo una news pubblicata nelle scorse ore dal quotidiano economico tedesco Handselblatt, il colosso di Wolfsburg – da quasi tre anni alle prese con gli strascichi dello scandalo legato alle emissioni degli ossidi di azoto manipolate in laboratorio – avrebbe annunciato il licenziamento di sei fra dirigenti e tecnici, motivandone la scelta per avere “Contribuito alle frodi sui gas di scarico”, una vicenda culminata con il richiamo di circa 11 milioni di autovetture in tutto il mondo e, cifre alla mano, più di 25 miliardi di dollari fra costi tecnici, spese legali ed altri oneri. E si prevedono ulteriori allontanamenti; nel frattempo, la Procura di Braunschweig (Bassa Sassonia) avrebbe dato inizio ad una inchiesta nei confronti di 39 soggetti connessi, a vario titolo, nella vicenda.

Più in dettaglio, si legge sulle colonne della Handselblatt, la mannaia dei licenziamenti colpirebbe i tecnici più vicini ai reparti direttamente coinvolti nei programmi tecnici VW: fra questi, il nome più di spicco risponde ad Heinz-Jakob Neusser, già direttore della Divisione Sviluppo per i modelli a marchio Volkswagen. Neusser, fra l’altro, era già stato sospeso tre anni fa, ed è al centro di una indagine federale negli USA. Una parziale conferma a quanto pubblicato nelle pagine del quotidiano di Francoforte è arrivata da Herbert Diess, neo-amministratore delegato del Gruppo VAG-Volkswagen Audi, il quale osserva, in una intervista, come la decisione di procedere ai licenziamenti, che riguarderebbe un gruppo ristretto di dipendenti, sarebbe stata presa dopo l’accesso ai dossier investigativi dell’accusa, lo scorso 19 luglio, e di averne così valutato i contenuti.

Attualmente, l’onda lunga del Dieselgate mantiene sotto accusa, o sotto custodia, alcuni dirigenti del Gruppo: dall’ex amministratore delegato Martin Winterkorn, agli inizio di maggio rinviato a giudizio dai tribunali federali statunitensi per “Cospirazione e frode” e “Violazione del Clean Air Act” (insieme a lui, altri nove manager VW, due dei quali già in custodia cautelare) e sotto inchiesta in Germania; all’ex CEO di Audi, Rupert Stadler, arrestato in Germania all’inizio di giugno (un “caso” che ha suscitato un notevole clamore in tutto il mondo) e tuttora sotto custodia: alla vigilia di Ferragosto, i giudici tedeschi hanno respinto una domanda di rilascio avanzata dagli avvocati dell’ex super manager dei Quattro Anelli, che resta detenuto ad Augusta; all’arresto, avvenuto lo scorso autunno sempre in Germania, dell’ex responsabile della Divisione Motori di Audi, Wolfgang Hatz, scarcerato nello stesso mese di giugno; Giovanni Pamio, tecnico italiano già alle dipendenze del marchio dei Quattro Anelli ed accusato di avere progettato il software incriminato, è stato anch’egli rilasciato, tuttavia rimane a disposizione degli inquirenti tedeschi; oltreoceano, i tribunali hanno già emesso le prime sentenze: esattamente un anno fa, una condanna di tre anni è stata inflitta a James Liang, tecnico coinvolto nello sviluppo dei defeat device; e lo scorso dicembre, l’ex direttore della Divisione Conformità tecnica del Gruppo VW Oliver Schmidt aveva ricevuto una condanna di sette anni di carcere dal tribunale di Detroit.

Nei giorni scorsi, una indagine condotta dalla KBA (Kraftfahrt-Bundesamt, equivalente della Motorizzazione italiana) ha rilevato come, dall’inizio della mega-campagna di richiamo per la sostituzione dei device di controllo delle emissioni, in Germania il 95% dei veicoli interessati all’operazione (circa 2,46 milioni di vetture) sarebbe già in regola; la questione, adesso, riguarda il restante 5%, sui quali penderebbe ora un “pugno di ferro” deciso dall’Autorità federale dei Trasporti. In concreto, ciò si traduce nell’immediato divieto di circolazione e nel contestuale ritiro del “libretto” alle vetture che risultino non in regola con i richiami. Non che quanto scoperto nel settembre del 2015 sia imputabile ai proprietari; tuttavia, i richiami decisi un anno e mezzo fa dai vertici del Gruppo Volkswagen sono obbligatori, oltre che gratuiti e rapidi, trattandosi esclusivamente della sostituzione di un software, seppure l’operazione comporti un programma di intervento specifico in funzione del motore di riferimento. Dunque, ai singoli proprietari di Volkswagen, Audi, Seat e Skoda equipaggiate con le unità turbodiesel 1.2 TDI, 1.6 TDI e 2.0 TDI della “famiglia” EA 189 rispondenti agli standard di omologazione Euro 5, si chiede soltanto di recarsi presso i centri assistenza per l’eliminazione dei defeat device e la sostituzione con corrispondenti software “in regola”, in modo da rendere il veicolo pienamente conforme alla normativa. Altrimenti, si procede al ritiro della carta di circolazione. Secondo alcune fonti, la motivazione che potrebbe avere spinto il 5% dei proprietari di VW, Audi, Seat e Skoda TDI “EA 189” a non essersi ancora messi in regola con i richiami, potrebbe eswsere dovuta al fatto che le modifiche e gli interventi di officina per mettersi in regola con le normative anti-inquinamento potrebbero leggermente influenzare, in negativo, su performance del veicolo e consumi.

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