Batterie per auto elettriche: via libera al nuovo progetto europeo

Sette Nazioni (fra le quali l’Italia che contribuisce con cinque società) per il programma da 3,2 miliardi di euro finalizzato alla creazione di un “gigante” nelle tecnologie di accumulo.

Vedremo, un giorno, il “Vecchio Continente” assumere un ruolo leader a livello mondiale nella filiera di produzione delle batterie “new gen” per auto elettriche? Staremo a vedere. Quel che è certo, e si tratta di una “vision” sotto gli occhi di tutti, è l’impegno comunitario verso una graduale decarbonizzazione, che in senso assoluto si prefigge l’obiettivo di giungere, entro il 2050, ad un’Europa completamente “carbon neutral”; e, riguardo al comparto automotive, punta fin da adesso alla definizione di nuovi, e sempre più stringenti, limiti massimi per le emissioni di CO2 nella media dei modelli di nuova produzione da parte delle Case costruttrici, a cominciare dai 95 g/km che entreranno in vigore già nei prossimi mesi e, via via, vedrà tale soglia abbassarsi ulteriormente ad 80 g/km nel 2025 e di un successivo 37% al 2030.

Nasce da qui (e non soltanto da qui: occorre tenere presente l’elevatissimo monte-investimenti che i “big player” attuano per lo sviluppo delle tecnologie di elettrificazione, del resto strettamente correlato alle nuove direttive europee) il nuovo progetto di interesse comunitario (Ipcei-Important Projects of Common European Interest) che sblocca 3,2 miliardi di euro di finanziamenti pubblici a beneficio di un programma di sviluppo nel settore delle batterie per auto elettriche.

Il programma di sviluppo interessa anche l’Italia

Attraverso questo programma – rivolto inoltre al rilascio di un’ulteriore maxi-somma da parte di soggetti privati (si parla di 5 miliardi di euro – che ha ottenuto il “via libera” da parte della Commissione Europea in ossequio ai regolamenti che interessano gli aiuti agli Stati, sette Nazioni, fra i quali c’è l’Italia (oltre al nostro Paese, ci sono Belgio, Finlandia, Francia e Germania – Paesi che hanno dato il via al progetto -, Polonia e Svezia) avranno la possibilità di contribuire in maniera fattiva al raggiungimento di livelli più elevati in termini di quote di mercato nel comparto degli accumulatori per auto elettriche, e in secondo luogo (ma non meno importante) ridurre le necessità di importazione dai mercati attualmente in posizione di leader (fra i quali c’è la Cina, che detiene il 51% del mercato) nonché poter contare, in un’ottica a medio-lungo termine, su una rete di consorzi, società ed aziende ben radicati sul territorio: una condizione, quest’ultima, potenzialmente essenziale in previsione di una sempre più probabile evoluzione delle tecnologie di accumulo.

Sostegni ai progetti di sviluppo hi-tech

Non a caso, fra le “voci” che compongono il progetto c’è proprio lo studio verso la definizione di soluzioni tecnologie innovative, ed improntate ad una sempre più avanzata sostenibilità, per le batterie agli ioni di litio, che esse siano “a liquido” oppure SSD-Solid State, gli accumulatori a stato solido che, all’atto pratico, in rapporto alle batterie attualmente utilizzate per l’alimentazione delle auto elettriche durano di più, e consentono una maggiore rapidità di ricarica.

Le entità di finanziamento

Cifre alla mano, per il nuovo progetto di interesse europeo questi sono gli importi indicati dai Paesi interessati:

  • Belgio: 80 milioni di euro
  • Finlandia: 30 milioni di euro
  • Francia: 960 milioni di euro
  • Germania: 1,25 miliardi di euro
  • Italia: 570 milioni di euro
  • Polonia: 240 milioni di euro
  • Svezia: 50 milioni di euro.

Numerose le società italiane che fanno parte del programma, come accennato rivolto ad attività di ricerca e sviluppo nel campo delle innovazioni sui materiali, sulle celle e sui sistemi di accumulo, sul riciclo delle batterie a fine vita e sulla raffinazione in maniera sostenibile ed eco friendly: Enel X, Endurance, Faam, Kaitek e Solvay. Le cinque realtà nazionali saranno a loro volta accompagnate da aziende e società specializzate nelle tecnologie sulle materie prime e sui materiali di nuova generazione (da Basf ad Eneris, a Keliber, Nanocyl, Terrafame ed Umicore, più la italiana Solvay), nello sviluppo dell’engineering delle celle e dei moduli di accumulo (Acc, Bmw, Seel, Varta e, come detto, le italiane Endurance e Faam), nella progettazione di sistemi di ricarica (Seel, le italiane Enel X, Endurance e Kaitek più le stesse Bmw, Eneris e Seel) e sullo sviluppo di tecnologie di smontaggio e riciclo batterie a fine vita. Oltre a ciò, ci si attende l’adesione di una settantina fra Centri di ricerca, studi ed altre aziende private. La timeline è fissata al 2031, con il completamento dell’intero programma, per il quale appare fin d’ora interessante il sistema di recupero delle risorse investite in funzione dell’efficacia dei rispettivi progetti: una parte considerevole degli utili che dovessero prodursi oltre le stime verrà restituita, dalle stesse aziende che li avranno realizzati, ai Paesi di riferimento.

Una politica industriale hi-tech europea

Dalle forze in campo, e dall’entità dei Paesi che hanno ottenuto l’autorizzazione ai 3,2 miliardi globali di investimento, è facile comprendere come l’atto di nascita del progetto – da diverse fonti indicato come “Airbus delle batterie”, in una efficace similitudine con il Consorzio transnazionale per lo sviluppo nel settore aeronautico – rivesta un compito di primo piano nello sviluppo dei sistemi di accumulo, e delle tecnologie dedicate anche nel settore del riciclo. Un programma che, in passato, ebbe un precedente nel “disco verde” dato da Bruxelles agli aiuti di Stato nel settore dei microprocessori. L’esperienza, dunque, c’è. Come, d’altro canto, appaiono tangibili le concrete possibilità operative dettate dal mercato unico (in piena rispondenza, del resto, con la “vision” di politica comunitaria unica fortemente voluta dalla nuova Commissione guidata da Ursula von der Leyen), in modo da costituire una valida concorrenza all’”offensiva” orientale (oltre alla Cina con il 51%, il mercato delle batterie ne vede il 21% della produzione appannaggio della Corea del Sud ed il 16% in Giappone) ed americana ed alle corrispondenti elevatissime economie di scala, mentre la quota di mercato europea ammonta ad appena il 2%.

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