Lucid Gravity ricarica una Tesla Model 3: recupera 48 km in un’ora [VIDEO]
Una Lucid Gravity che ricarica una Tesla Model 3 sembra quasi una provocazione tra due delle aziende più conosciute nel mondo delle auto elettriche. In realtà è soprattutto la dimostrazione pratica di una tecnologia che potrebbe rivelarsi molto utile: la ricarica vehicle-to-vehicle, cioè la possibilità di trasferire energia dalla batteria di un’auto elettrica a quella di un’altra.
Il sistema di Lucid si chiama RangeXchange e sulla Gravity sfrutta la porta NACS nativa del SUV. Non stiamo parlando di una ricarica rapida paragonabile a quella di un Supercharger o di una colonnina HPC. La potenza massima dichiarata è infatti di 9,6 kW, equivalente a quella di molti sistemi domestici Level 2 utilizzati negli Stati Uniti.
Ma l’obiettivo è un altro: avere una sorta di “tanica elettrica” da utilizzare quando un’altra EV è rimasta con poca autonomia e una colonnina non è immediatamente raggiungibile.
Lucid Gravity, come funziona la ricarica di un’altra auto elettrica
RangeXchange sfrutta la capacità di ricarica bidirezionale della Lucid Gravity. In parole semplici, l’energia non deve necessariamente entrare nella batteria del SUV: quando necessario può anche uscirne per essere trasferita a un altro veicolo.
Per utilizzare la funzione servono l’apposito adattatore RangeXchange e il cavo di ricarica mobile Lucid compatibile. La variante destinata alla Gravity utilizza il collegamento NACS, standard adottato nativamente dal SUV negli Stati Uniti.
La procedura è abbastanza semplice. Dopo aver collegato il sistema alla Lucid, le luci della porta iniziano a lampeggiare in blu e nell’abitacolo compare l’indicazione “RangeXchange Ready”. Il conducente può stabilire un limite di scarica, evitando così di regalare troppa energia all’altra vettura e ritrovarsi a propria volta con una batteria quasi vuota.
A quel punto si collega l’altra estremità del cavo alla vettura che deve ricevere energia. Il trasferimento non parte automaticamente: dalla Lucid bisogna dare il comando “Start Sharing” tramite l’interfaccia dell’auto o l’app.
Nel test con la Tesla Model 3, il sistema ha lavorato fino a 40 ampere e con una tensione rilevata di circa 237 volt, molto vicina ai 240 volt teorici. La potenza massima dichiarata da Lucid per RangeXchange arriva appunto a 9,6 kW.
Tesla Model 3, circa 48 km recuperati in un’ora
La domanda più interessante è inevitabilmente questa: quanto si ricarica realmente l’altra macchina? Nel caso della Tesla Model 3, la prova ha indicato un recupero nell’ordine delle 30 miglia, circa 48 km, per ogni ora di collegamento. Il dato può naturalmente cambiare in funzione dell’efficienza dell’auto che riceve energia e delle condizioni di ricarica.
Non è molto se confrontato con una colonnina rapida. Con una stazione DC moderna, un’ora sarebbe un tempo enorme e normalmente sufficiente per caricare una batteria per una quota ben più consistente.
Ma confrontare direttamente RangeXchange con una colonnina HPC significa perdere di vista il suo vero scopo.
Immaginiamo di rimanere quasi completamente scarichi in un luogo dove non ci sono punti di ricarica nelle immediate vicinanze. Se un’altra auto può trasferire energia sufficiente per recuperare 40 o 50 km in un’ora, potrebbe bastare per raggiungere la colonnina rapida più vicina, tornare a casa o uscire da una situazione complicata.
Con un paio d’ore di collegamento il margine teorico aumenta ulteriormente. Non sarà il modo più veloce per ricaricare un’elettrica, ma in emergenza la velocità diventa meno importante della possibilità stessa di ottenere energia.
Lucid specifica inoltre che RangeXchange può condividere energia con altre auto elettriche e non è limitato ai modelli della stessa marca. Con cavi e adattatori approvati è possibile ampliare la compatibilità anche tra differenti tipi di porta.
RangeXchange non sostituisce una colonnina, ma può salvare il viaggio
La tecnologia ha quindi un’utilità molto specifica. Pensare di utilizzare abitualmente una Lucid Gravity come colonnina mobile avrebbe poco senso: si trasferirebbe energia da una batteria all’altra con tempi relativamente lunghi, sottraendo contemporaneamente autonomia all’auto donatrice. RangeXchange diventa molto più interessante come funzione di emergenza.
C’è anche una protezione importante per chi presta energia. Il proprietario della Gravity può scegliere la riserva minima di batteria da conservare: raggiunta quella soglia, il sistema evita di continuare a scaricare il SUV. In questo modo aiutare un’altra elettrica non dovrebbe significare rischiare di rimanere a propria volta senza autonomia.
La funzione mostra inoltre quanto le batterie delle nuove EV stiano iniziando a essere considerate non più soltanto come serbatoi di energia destinati alla trazione. La ricarica bidirezionale apre infatti la strada a diversi possibili utilizzi dell’energia immagazzinata, anche se disponibilità e funzioni cambiano in base al modello e al mercato.
Nel caso della Gravity l’applicazione V2V è già molto concreta: collegare due auto, stabilire quanta batteria si è disposti a condividere e avviare il trasferimento.
La Tesla Model 3 ricaricata da una Lucid Gravity è quindi più di una semplice curiosità. I circa 48 km recuperabili in un’ora non trasformano il SUV in un’alternativa alle colonnine rapide, ma possono rappresentare esattamente quei chilometri necessari per uscire da un’emergenza.
Più che una stazione di ricarica su quattro ruote, RangeXchange è insomma l’equivalente elettrico della vecchia tanica di benzina. Solo che, invece di aprire il tappo e versare qualche litro nel serbatoio, basta collegare un cavo e premere Start Sharing.
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