Dietrofront Stellantis: il motore BlueHDi 1.5 riprende il comando
La notizia ha fatto il giro del settore come un fulmine a ciel sereno: Stellantis rispolvera il motore BlueHDi 1.5, riportando il diesel al centro della scena europea. Una mossa che, a prima vista, potrebbe sembrare un passo indietro rispetto alla corsa verso l’elettrico, ma che, se si guarda tra le pieghe della realtà di mercato, rivela tutto il pragmatismo di un gruppo che, più che inseguire slogan, preferisce mettere le mani sul volante e guidare davvero la transizione. Non è un semplice colpo di teatro: il ritorno del diesel nelle gamme di Peugeot, Citroen, Opel e DS Automobiles fotografa senza filtri la situazione di un mercato ancora profondamente diviso, dove le certezze del futuro convivono con le necessità del presente.
Chi conosce il settore lo sa: il passaggio all’elettrico non è una passeggiata su una strada dritta e asfaltata, ma un percorso a ostacoli dove l’autonomia insufficiente, i costi ancora troppo elevati e i cronici ritardi nello sviluppo software rappresentano dossi che rallentano la corsa. E così, mentre le colonnine di ricarica crescono a rilento e le famiglie fanno i conti con il portafoglio, Stellantis sceglie di non abbandonare la trincea delle motorizzazioni tradizionali. La domanda è chiara: vale la pena perdere una fetta di clientela, specialmente quella aziendale e dei professionisti che macinano chilometri ogni giorno, solo per abbracciare una transizione che, per ora, resta più promessa che realtà?
La risposta arriva dai numeri, ma anche dalla logica: il motore BlueHDi 1.5 è una vecchia conoscenza, una tecnologia rodata che garantisce efficienza, costi di gestione contenuti e una versatilità che le attuali proposte elettriche, specie sui veicoli commerciali e sulle flotte, faticano ancora a offrire. Qui non si tratta di nostalgia, ma di puro realismo industriale. L’elettrico, infatti, cresce sì nelle vendite, ma resta spesso confinato a chi può permettersi di pagare di più per percorrere di meno, o a chi vive in aree già ben servite da infrastrutture di ricarica. Per il resto d’Europa, la partita è ancora tutta da giocare.
Non è un mistero che le piattaforme multi-energy, progettate per ospitare sia motori termici che elettrici, impongano compromessi pesanti. Un’architettura “ibrida” rischia di penalizzare proprio i modelli a batteria, che si trovano a dover competere con rivali nati full electric, più leggeri, più efficienti e spesso più tecnologici. La sensazione, per chi guida, è quella di una corsa a handicap, dove l’innovazione c’è, ma zoppica. E qui si inserisce un altro punto dolente: il ritardo digitale di Stellantis, che fatica a tenere il passo con le esigenze di un pubblico sempre più connesso e abituato a servizi digitali di ultima generazione. La pianificazione intelligente dei percorsi, gli aggiornamenti over-the-air, l’integrazione fluida con gli ecosistemi software esterni: tutte funzionalità ormai imprescindibili, che spesso fanno la differenza tra un acquisto convinto e una rinuncia.
Eppure, il diesel non è solo un “ripiego”. Per i fleet manager e per chi vive la strada ogni giorno, il BlueHDi rappresenta una garanzia. Le società di noleggio e i professionisti non sono disposti a scommettere su un futuro ancora incerto, specie se l’alternativa elettrica non offre la stessa tranquillità in termini di autonomia, costi e tempi di fermo. La decisione di Stellantis, in questo senso, suona come una dichiarazione d’intenti: mantenere i piedi per terra, senza rinunciare a guardare avanti. Un equilibrio difficile, certo, ma necessario per non lasciare spazio alle concorrenti più rapide e agguerrite.
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