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Pubblicità Byd contro Stellantis: il Giurì la blocca, ecco cosa è successo

Di Vincenzo Calvarano
Pubblicato il 4 feb 2026
Pubblicità Byd contro Stellantis: il Giurì la blocca, ecco cosa è successo
Il Giurì ferma la campagna Byd contro Stellantis per pubblicità ingannevole e denigratoria. Tutti i dettagli sulla decisione e le reazioni dei protagonisti.

Nel vivace scenario della concorrenza automotive italiana, la recente vicenda che ha visto protagonista la pubblicità Byd e il gruppo Stellantis rappresenta un vero e proprio spartiacque per chi segue con attenzione le dinamiche di mercato e le strategie di comunicazione commerciale tra i grandi player del settore. In un contesto dove ogni dettaglio può fare la differenza, l’episodio legato alla campagna “Purefication” ha acceso i riflettori su un tema tanto attuale quanto delicato: il confine sottile tra la legittima promozione di un prodotto e la violazione delle regole che garantiscono una sana competizione.

La questione è esplosa quando il Giurì dell’autodisciplina pubblicitaria ha deciso di mettere la parola fine alla controversa iniziativa lanciata da BYD Italia, ritenendo la comunicazione non solo fuorviante, ma anche lesiva nei confronti della reputazione dei concorrenti. Il cuore pulsante della campagna era un’offerta di incentivi rottamazione che prometteva fino a 10mila euro a chi avesse scelto di dire addio a una vettura equipaggiata con il motore PureTech per abbracciare un’auto elettrica cinese. Un messaggio che, nelle intenzioni, voleva essere dirompente e catalizzare l’attenzione degli automobilisti italiani, ma che nei fatti ha finito per sollevare un polverone senza precedenti.

Il Giurì ferma la campagna “Purefication”

La pubblicità Byd è stata giudicata dal Giurì come un esempio lampante di come la comunicazione commerciale possa trasformarsi in un’arma a doppio taglio. Se da un lato l’operazione “Purefication” ha mostrato una notevole capacità di penetrazione mediatica, dall’altro ha varcato la sottile linea rossa che separa la promozione aggressiva dalla scorrettezza, andando a colpire in modo diretto e poco trasparente le vetture dotate del celebre motore PureTech, simbolo della produzione ex Peugeot oggi sotto l’egida di Stellantis.

L’intervento dell’autodisciplina pubblicitaria non si è fatto attendere: la decisione di bloccare immediatamente la diffusione della campagna è stata notificata a tutte le concessionarie di pubblicità, segnando un punto fermo in una querelle che ha tenuto banco per settimane tra addetti ai lavori e semplici appassionati. La motivazione? Una comunicazione ritenuta non solo ingannevole, ma anche denigratoria nei confronti dei competitor, in aperta violazione dei principi di veridicità e trasparenza che dovrebbero guidare ogni iniziativa di comunicazione commerciale nel settore automotive.

Stellantis, dal canto suo, ha accolto con favore la decisione del Giurì, sottolineando come la concorrenza debba essere basata sulla qualità reale dei prodotti e su un’informazione chiara e onesta verso i consumatori. Non è un mistero che, in un mercato in rapida evoluzione come quello dell’auto, la reputazione giochi un ruolo cruciale: ogni tentativo di minare la fiducia del pubblico nei confronti di un marchio rischia di avere effetti a lungo termine, ben oltre la durata di una singola campagna pubblicitaria.

Ciò che colpisce, in questa vicenda, è la capacità di BYD di cogliere le leve emotive del consumatore, proponendo incentivi rottamazione che, almeno sulla carta, avrebbero potuto rappresentare una svolta per molti automobilisti indecisi tra tradizione e innovazione. Tuttavia, l’eccessiva enfasi posta sulla sostituzione delle vetture con motore PureTech ha trasformato una normale iniziativa promozionale in un attacco diretto, percepito come sleale e poco rispettoso delle regole non scritte della concorrenza automotive.

Il messaggio che arriva dal Giurì e dall’autodisciplina pubblicitaria è chiaro: la pubblicità comparativa, se ben orchestrata, può rappresentare uno strumento potente per orientare le scelte dei consumatori, ma deve essere utilizzata con equilibrio e senso di responsabilità. Superare i limiti della correttezza, anche in nome dell’innovazione o della volontà di “fare rumore”, rischia di generare un effetto boomerang, danneggiando la credibilità di chi promuove e alimentando un clima di diffidenza generale.

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