Frodi dei km: la soluzione si chiama “Diogene”

Fino al 50% delle vetture vendute fra un Paese e l’altro dell’Unione Europea risulta “schilometrata”: un danno di miliardi per l’intero comparto. Vediamo in cosa consiste il kit che smaschera i “furbetti”.

Il problema delle auto “schilometrate” riguarda l’intera area UE. Mentre in Italia, con l’entrata in vigore del nuovo “Certificato di revisione” (strumento aggiunto dall’amministrazione nazionale in recepimento della Direttiva europea n. 2014/45 nella quale vengono contenute le nuove disposizioni in materia di revisione veicoli, espressamente per limitare il più possibile le truffe dei km fasulli: qui il nostro approfondimento) si cerca di dare un giro di vite all’annoso problema delle autovetture magicamente alleggerite di migliaia di km, a livello amministrativo centrale un rapporto, presentato in questi giorni al Parlamento Europeo, si incarica di far luce sull’illegalità dei km spariti dalle strumentazioni delle auto che vengono inviate nel mercato dell’usato. Un comparto dall’estensione ben maggiore rispetto a quello del “nuovo”, e – come messo in evidenza dal documento “Odometer manipulation in Motor Vehicles in the EU” (consultabile a questo link) ben lontano dall’essere circoscritto ad alcuni Paesi.

Citando testualmente ciò che gli analisti hanno scritto nel rapporto, riferito al 2018, “L’illecita manipolazione dei contakm nei veicoli di seconda mano risulta particolarmente estesa riguardo alle autovetture che varcano i confini nazionali per trovare un nuovo proprietario. Si stima che ciò arrivi ad incidere per il 50% dei casi di compravendita”. E ancora: “Questa incidenza può risultare ancora più elevata nei ‘nuovi’ Paesi membri UE, nei quali le frodi sui contakm delle autovetture importate arrivano ad essere da 2 volte e mezzo a tre volte più elevate rispetto ai ‘vecchi’ Paesi UE”.

Auto schilometrate: alla collettività costa caro

È chiaro che questo stato di cose non fa di certo bene al mercato: al di là della spiacevole sorpresa di ritrovarsi proprietari di un’autovettura dichiarata per un “tot” di percorrenza effettuata e poi, all’atto pratico, ben più “appesantita” in fatto di strada percorsa, a farne le spese sono proprio i consumatori. I loro diritti vengono calpestati, la fiducia viene a mancare, e le spese di manutenzione straordinaria possono tendere ad aumentare. Per non parlare della sicurezza stradale, potenzialmente inferiore nel caso di una vettura che presenti più km di quelli dichiarati dal venditore.

Lo studio presentato al Parlamento Europeo indica anche alcune cifre: il costo delle manomissioni dei contakm sulle vetture vendute ad acquirenti che risiedono in Paesi dell’Unione Europea diversi da quelli dei venditori può essere quantificato in “Non meno di 1,31 miliardi di euro”, con una spesa totale che “Può raggiungere 8,77 milioni di euro in termini di perdita economica”.

Non ci sono molti strumenti che possano essere di aiuto

D’altro canto, è altrettanto evidente come i “furbetti del contachilometri” (tanto per utilizzare un termine “leggero” ma vista l’entità, l’estensione e la gravità di tale frode, tali personaggi dovrebbero essere indicati come delinquenti veri e propri) abbiano buon gioco nel ridurre le percorrenze delle autovetture usate: a parte la difficoltà oggettiva nel rilevare tali illeciti (spesso, le manipolazioni non lasciano alcuna registrazione nei dispositivi elettronici del veicolo; inoltre, prosegue il documento, “Le nuove tecnologie consentono strumenti di manomissione semplici ed economici: con meno di 100 euro si può procedere ad un ‘taglio’ alle percorrenze rapido e ‘sicuro’”), molte Case costruttrici “Non si premurano di installare sistemi up-to-date di protezione dei contakm che possano rendere più efficace la prevenzione alle manomissioni”.

Di più: anche dal punto di vista politico vengono rilevate numerose (e pesanti) lacune alla tutela del consumatore: “Molti Paesi membri dell’Unione Europea non provvedono a fornire al pubblico strumenti che possano essere d’aiuto per una ‘auto-tutela’ personale nella ricostruzione del passato dell’autovettura immessa sul mercato dell’usato”. “La manomissione dei contakm – si legge nel rapporto – è vietata in 25 Paesi UE (nel dettaglio: Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Ungheria, Irlanda, Italia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Olanda, Polonia, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia, e Regno Unito, n.d.r.). Tuttavia, non esiste uniformità nelle sanzioni: lo scenario, in questo senso, è quanto mai vario, dai due anni di pena detentiva vigenti in Francia ai 226 euro di multa previsti in Slovacchia”. Interessante è, in questo senso, il fatto che in tre Paesi UE (ovvero Cipro, Lettonia e Portogallo) la manomissione del contakm non costituisce pratica illegale, mentre soltanto in tre Nazioni (Belgio, Olanda, Regno Unito, Svezia ed Ungheria) a disposizione dei consumatori vi siano strumenti di controllo sul chilometraggio del veicolo prima del suo acquisto.

E in Italia, rivolgendosi al Portale dell’Automobilista, chiunque sia interessato ad un veicolo può, inserendo modello e numero di targa, conoscerne il chilometraggio aggiornato all’ultima revisione periodica effettuata. Un criterio abbastanza rassicurante, ma non “al cento per cento”.

Ma la domanda genera l’offerta

Tuttavia, è altrettanto vero che è la domanda a generare l’offerta. Ovvero: se in tutta Europa vi sono migliaia di venditori senza scrupoli che non esitano a ritoccare (anche in maniera notevole) il chilometraggio delle autovetture da mettere in vendita per attirare nuovi clienti stranieri, bisogna anche tenere presente – riporta il documento – come, da parte degli automobilisti che risiedono nei “nuovi” Stati membri dell’Unione Europea, da tempo si assista ad “Una incessante richiesta di autovetture usate ‘appetibili’” dai “vecchi” paesi UE. Laddove per “appetibili” si intendono vetture a basso prezzo ed a chilometraggio relativamente basso: ad occhio e croce, vetture di dieci o quindici anni di età operativa, che non abbiano percorso più di 200.000 km. Per venire incontro a tali esigenze, alcuni commercianti “fanno di necessità virtù”, dunque manomettono i contakm delle auto per renderle più attraenti al consumatore, che in questo modo potrebbe non fare troppo caso al prezzo di vendita “ritoccato” (non nutriamo speranze: in questo caso, la “correzione” è sempre verso l’alto, mai verso il basso).

“Sorprendentemente – e ciò suscita un certo interesse in ciò che viene riportato nel documento – non sempre nuovi clienti sono ignari delle frodi ai contakm perpetrate dai precedenti venditori. Al contrario, può rilevarsi una diffusa consapevolezza sul fatto che la vettura in procinto di essere acquistata abbia subito una riduzione dei km, ed una conseguente accettazione del fatto, in previsione di una futura plusvalenza da intascare al momento della rivendita del veicolo”. Come dire: se tu truffi me, io faccio finta di non saperlo; ma ne prendo atto e lo accetto, sperando che un domani, quando rivenderò l’auto schilometrata, ciò possa rappresentare un vantaggio anche per me.

Ne fa le spese anche la reale rilevazione delle emissioni

Una situazione dunque diffusa in tutta Europa, e che si riflette anche indirettamente (ma, come spesso avviene, dietro gli illeciti c’è una catena di conseguenze che riguardano l’intera collettività) sul fronte delle emissioni prodotte dagli autoveicoli più vecchi, che potenzialmente possono risultare più elevate tenuto conto dei km in più non registrati dal veicolo. Siccome le violazioni a quanto disposto dall’Unione Europea vengono determinate dalle modalità di misurazione delle emissioni stesse, risulta facilmente comprensibile a chiunque come la riduzione delle frodi relative ai km percorsi dalle autovetture contribuisce a renderne corrette le effettive entità.

Con “Diogene” stop alle frodi

In attesa che a livello centrale europeo arrivino dispositivi che siano realmente in grado di mettere un concreto freno alla pratica dei “taroccatori di km” (riuscirà in tal senso la tanto attesa “scatola nera” che potrebbe essere obbligatoria dal 2022?), una prima soluzione arriva dalle aziende private. Come Evolvea, digital company di Ancona specializzata in progetti di innovazione tecnologica in ambito Industry 4.0 e IoT e di processo dedicate ai comparti oil&gas, manufactoring, energia, architecture engineering & construction, food & agriculture ed automotive.

La start-up italiana ha, in collaborazione con la società svizzera FGMTech, messo a punto “Diogene”: un sistema di analisi anti-frode che elabora i dati racchiusi nelle centraline delle autovetture , attraverso la presa OBD installata a bordo di tutti gli autoveicoli (generalmente, sotto il piantone dello sterzo). Con questo sistema – attualmente, indica il sito Web corporate Evolvea, di supporto ai servizi di certificazione chilometrica per tutti i modelli Alfa Romeo, Audi, Bmw, Citroën, Fiat, Ford, Jeep, Lancia, Mercedes-Benz, Mini, Opel, Peugeot, Renault, Seat, Skoda, Smart, Toyota, Volkswagen – gli algoritmi si incaricano di interrogare le centraline di gestione del veicolo, raccogliendo e visualizzando i dati nel software installato sul PDA in dotazione.

All’atto pratico, “Diogene” risulta quindi in grado di stabilire il chilometraggio effettivo del veicolo (al netto di qualunque precedente alterazione o manomissione), fornendo ulteriori parametri tecnici.

Sono due le differenti modalità commerciali attraverso cui il kit “Diogene” viene proposto sul mercato: una soluzione di acquisto dell’intero kit (con ulteriori informazioni relative allo stato di salute dei veicoli, e compreso l’update periodico del software, a fronte del pagamento di un canone annuale; e possibilità di ottenere la certificazione di calibrazione annuale del dispositivo, utile per perizie richieste in casi di contenzioso); ed il servizio “Device as a Service” (nel quale l’utente paga soltanto ciascuna ispezione effettuata dal Service network di Evolvea, autorizzato alle verifiche tecnico-ispettive, per ottenere così la certificazione del chilometraggio ogni qual volta se ne ha bisogno).

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