Tra le offerte per Termini Imerese spunta quella di un socio di Montezemolo

Andrea Barbieri Carones
18 Febbraio 2010
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Tra le offerte per Termini Imerese spunta quella di un socio di Montezemolo

Tra le offerte al vaglio di Scajola, anche quella del CIS di Gianni Punzo. Nel frattempo Montezemolo nega che la Fiat sia assitita dallo Stato

Tra le offerte al vaglio di Scajola, anche quella del CIS di Gianni Punzo. Nel frattempo Montezemolo nega che la Fiat sia assitita dallo Stato

Il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, si è mostrato fiducioso sul fatto che la questione del plant siciliano di Termini Imerese si risolva nel migliore dei modi. Come? Per ora dal governo non trapelano soluzioni concrete, anche per la segretezza che circonda le offerte pervenute, che saranno vaglite attentamente e resse pubbliche tra 2 settimane.

Tra queste anche il Cis (Centro Ingrosso Sviluppo), il centro di distribuzione situato all’interporto di Nola, il cui presidente Gianni Punzo e’ socio in affari (Charme e Ntv) di Luca Cordero di Montezemolo.

In questo caso l’idea potrebbe essere quella di realizzare un secondo centro logistico o la replica in quel di Palermo dell’impianto fotovoltaico che a breve – grazie ad un accordo con Enel Green Power – sorgerà proprio a Nola.

Intanto, se non fosse per la situazione drammatica dei dipendenti che rischiano di trovarsi senza lavoro, la situazione di quello stabilimento Fiat potrebbe assumere contorni grotteschi.

Il motivo è la dichiarazione di alcuni giorni fa del presidente Fiat Luca Cordero di Montezemolo, che ha respinto al mittente (il governo) le accuse di essere a capo di un’azienda assistita.

Se la Fiat non lo è, poco ci manca, dato che non bisogna guardare solo gli ultimi mesi o gli ultimi 2 o 3 anni, ma tutta la storia dell’azienda degli ultimi 40 anni ossia da quando – anno 1970 – fu creato lo stabilimento siciliano a spese sostanzialmente dello stesso soggetto, ossia Pantalone.

La storia è proseguita negli anni con una politica nazionale sfacciatamente pro Fiat, che ha addirittura messo in discussione (e in arretratezza) la rete ferroviaria della Penisola. Anno 1976: ai cancelli di Mirafiori c’è uno duro scontro sindacale tra operai e dirigenza. La situazione si risolve, nessuno perde lo stipendio (soprattutto sotto forma di cassa integrazione) e Fiat può continuare a fare affari in tutto il mondo. A spese di chi? Pantalone.[!BANNER]

Si prosegue negli anni successivi e si arriva ai giorni nostri con gli incentivi statali alla rottamazione, che se non sono un aiuto di stato poco ci manca. Gli incentivi alle auto dati in Italia – soprattutto oggi quando il Gruppo Fiat possiede anche Alfa Romeo, Maserati e Ferrari – sono nient’altro che un aiuto di stato, molto simile a quelli dati ad Alitalia nel corso degli anni. In mezzo c’è anche lo stabilimento di Pomigliano d’Arco, vicino Napoli, che la Fiat acquistò dall’IRI di Romano Prodi (ossia dallo Stato) insieme all’Alfa Romeo per una cifra fuori mercato (al ribasso).

Del resto anche lo stesso ministro per la Semplificazione normativa, Roberto Calderoli, è rimasto di stucco: “Se è una barzelletta la dichiarazione di Montezemolo per cui la Fiat, da quando c’è lui, non ha ricevuto un euro dallo Stato, allora la barzelletta non fa proprio ridere. Se invece Montezemolo non scherza e parla sul serio allora la faccenda assume contorni sanitari”.

Critica anche l’Italia dei Valori, che per bocca del senatore Fabio Gambrone ha proposto una soluzione molto rapida e semplice: vendere lo stabilimento alla regione Sicilia al prezzo simbolico di 1 euro. In pratica: regalarla all’amministrazione locale “la quale deciderà di operare attraverso una sua finanziaria per individuare entro il 2010, con gara internazionale, un produttore di auto che si impegni ad effettuare produzioni a basso impatto ambientale entro il 2011. Altra condizione è l’assunzione di tutti i lavoratori attualmente impiegati entro il 2011 e un programma di sviluppo inteso a creare nuovo lavoro. L’indotto nell’area di Termini Imerese va riorganizzato e ristrutturato”.

E così strano affermare che quell’impianto appartiene moralmente – e non solo – a tutti gli italiani?

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