Lewis Hamilton: fenomenologia del sei volte iridato

Fuoriclasse-artista, adesso più maturo che mai, potrebbe benissimo aggiudicarsi il settimo titolo Mondiale, andando ad eguagliare il record di Schumi.

Con la conquista del sesto titolo iridato, Lewis Hamilton entra nell’empireo della leggenda dello sport dalla porta principale. Non che, in precedenza, già non ci fosse: gli mancava soltanto una chiave, quella che GP dopo GP, in questo 2019, si è forgiato, e che adesso lo pone ad un passo dal record – finora ineguagliato – di Michael Schumacher, e davanti a Juan Manuel Fangio. Due piloti-simbolo delle rispettive epoche; con la differenza, non da poco, che dal “Kaiser” lo separa una distanza infinitamente inferiore rispetto al leggendario fuoriclasse argentino che, per primo, interpretò la F1 in una maniera per l’epoca assolutamente moderna. Ponendosi, cioè, “davanti” al prodotto-vettura, interpretandone le peculiarità tecnologiche e “piegandole” al proprio stile.

Non siamo in grado – non lo è nessuno, e ciò del resto somiglierebbe più ad un ozioso giochino di quelli che lasciano il tempo che trovano – di ipotizzare “se” Schumacher, che si era ritirato definitivamente a fine 2012, vale a dire quasi alla vigilia dell’entrata in vigore della nuova F1 ibrida, si sarebbe confermato vincente anche nell’era dei motori turbo e dei powertrain. Forse no. Appare in ogni caso sintomatico dell’ideale passaggio di consegne, il “cambio di volante” da parte di Hamilton alla fine della medesima stagione 2012, proprio in sostituzione di “Schumi”. Una decisione ambiziosissima per l’allora ventisettenne pilota di Stevenage, che già aveva fatto valere tutto il proprio potenziale nell’anno di esordio in F1 (2007, l’anno della “Spy-Story”, che peraltro aveva terminato in seconda posizione, dietro al ferrarista Kimi Raikkonen che vinse il Mondiale, e con tre vittorie, cinque secondi posti e tre terze posizioni nel proprio carnet) e che aveva conquistato il primo titolo mondiale nel 2008.

Tentiamo un parallelismo

La sesta corona mondiale per Lewis Hamilton, conquistata domenica ad Austin con il secondo posto alle spalle del compagno di squadra Valtteri Bottas, dice – con il conforto delle “aride cifre” – che Hamilton ha raggiunto questo traguardo “quasi” alla medesima età che aveva Schumi quando ottenne il sesto alloro iridato personale: fatti i conti, Hamilton ci è arrivato a 34 anni, 9 mesi e 27 giorni; vale a dire 18 giorni “dopo” Schumacher, che vi arrivò… tre settimane prima: era il 12 ottobre 2003. Mercedes e Ferrari sono, al momento, appaiate per numero di titoli Costruttori vinti consecutivamente: sei ciascuna (dal 1999 al 2004 Ferrari, e dal 2014 al 2019 Mercedes); la Stella a Tre Punte ha, tuttavia, messo a segno altrettante doppiette (ovvero titolo Costruttori e titolo Piloti), mentre Ferrari dell’era Schumacher-Montezemolo-Todt (fateci caso: un “trittico” da Dream Team come quello attuale in Mercedes, con Hamilton al volante e Toto Wolff in qualità di team principal; e, fino ad un anno fa, prima cioè di ammalarsi, Niki Lauda che lo volle a fine 2012) nel 1999 si aggiudicò “soltanto” la classifica Costruttori, lasciando il titolo Piloti a Mika Hakkinen (McLaren).

Cresciuto con Ron Dennis, maturato con Niki Lauda

Il riferimento a Niki Lauda è tutt’altro che casuale: fu il tre volte campione mondiale austriaco, deceduto la scorsa estate, che nel 2012 – in qualità di presidente non esecutivo del Team Mercedes F1 – ebbe un ruolo di primo piano nella decisione di Hamilton a trasferirsi da Woking a Brackley, ed abbracciare la Stella a Tre Punte dopo sei stagioni in McLaren: un team nel quale, più che “maturare”, era stato “svezzato” da quando, appena dodicenne e già impegnato nei Kart dietro la guida del padre Anthony (“quello” famoso che era arrivato a fare quattro lavori contemporaneamente per consentire al figlio di correre nei kart, prima, e nelle formule cadette poi), durante una premiazione si rivolse a Ron Dennis dicendogli spavaldamente che “Un giorno” avrebbe corso per McLaren e avrebbe vinto il Campionato mondiale. Una “sparata” che l’altrettanto leggendario “numero uno” di Woking avrebbe poi ben ricordato, mettendo nella bacheca del team fondato dall’indimenticato Bruce l’ennesimo successo iridato. Con Niki Lauda, Lewis Hamilton ha saputo ulteriormente maturare, lasciandosi alle spalle una prima fase di carriera nella massima Formula in cui nel campione predominava un carattere “garibaldino” che puntava alla vittoria anche quando le condizioni erano oggettivamente difficili. Il grande austriaco gli ha, nelle sei stagioni in cui ha accompagnato il team Mercedes ai box, insegnato ad amministrare di più le proprie strategie di gara in ottica di Campionato. In poche parole: a non rischiare di buttare via alcunché. Del resto, i Mondiali si vincono anche con i piazzamenti. E, quest’anno, Hamilton ha applicato alla lettera le raccomandazioni di Lauda, mantenendo i nervi saldi anche nella seconda parte di un 2019 che ha visto una decisa impennata da parte delle due Ferrari.

Il settimo titolo è alla sua portata

Tutto lascia pensare che l’attuale primato di Michael Schumacher potrebbe benissimo essere alla portata di Hamilton: l’età ancora giovane del fuoriclasse inglese, così come – appunto – lo era sedici anni fa “Schumi”; e la assoluta competitività delle monoposto argento “made in Brackley”, sebbene il prossimo capitolo della F1, ovvero la stagione 2020, sia chiaramente tutto da scrivere. “Sulla carta”, Hamilton possiede gli elementi per conquistare il settimo titolo mondiale. Mai come in questo caso si deve dire: “Staremo a vedere”.

Adesso pensiamo al futuro

Gli occhi restano inoltre puntati al futuro della F1, quel 2021 che proprio in questi giorni viene ufficializzato dalla diffusione dei primi regolamenti tecnici: sarà una nuova era per le monoposto, che promettono di essere meno “esasperate” dal punto di vista dell’aerodinamica, in funzione di un maggiore spettacolo in pista (ma quante volte gli appassionati hanno sentito recitare questo copione? Speriamo tutti che sia la volta buona). Un cambiamento di direzione voluto dai vertici Formula 1 e FIA, e che porterà alla nascita della “F1 ibrida 2.0”, cioè la seconda parte della storia per l’attuale regolamentazione turbo-ibrida.

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