Niki Lauda: uomo e campione

Ripercorriamo la carriera sportiva e i tratti caratteriali che il grandissimo pilota austriaco, deceduto stamane, non fece mai mistero di esprimere.

Niki Lauda: uomo e campione

di Francesco Giorgi

21 Maggio 2019

I grandi uomini non conoscono mezze misure: sono amati o non amati; in ogni caso, sempre discussi. E sempre disposti a mettersi in discussione. Anche Niki Lauda è stato, e c’è da giurarci che lo sarà ancora per un bel po’, fra questi. Andreas Nikolaus Lauda, nato – rampollo di una delle famiglie più in vista nel Gotha finanziario austriaco – a Vienna il 22 febbraio 1949, raccontava nelle proprie memorie di dovere forse alla propria agiata ascendenza, ed al fatto di essersi costruito da solo quale pilota, prima, e campione poi, nella personale ascesa all’Olimpo del motorsport, certe spigolature di carattere che lo rendevano poco “simpatico” ad alcuni.

NIKI LAUDA: IL METODO

Come sempre c’è di più: come pubblicato nel libro “La mia storia” (“Meine Story”) scritto nel 1985 all’indomani del suo terzo titolo mondiale ed in cui si riportava una intervista con il giornalista Herbert Volker, l’impressione di “freddo”, o “uomo-computer” che a volte dava a vedere derivava (testuale) dal fatto di “Non essere disponibile ad essere preda di sentimenti incontrollati: sono troppo fragile e sensibile per questo, sarebbe come gettarmi in pasto ai cani”. “Io ho paura a lasciarmi andare. Credo che in quel caso libererei un sorprendente talento per l’autodistruzione. È per questo che mi sono creato un sistema che protegge ed amministra le mie forze. A questo appartiene anche… il controllo dei sentimenti. Perciò, se un uomo si sforza di ricavare il meglio dai propri sentimenti, cercando di incanalarli sempre verso scopi positivi, non è certo un tipo freddo e calcolatore”.

NIKI LAUDA: NON HA SENSO CREARSI DEI COMPLESSI

Del resto, il controllo che Niki Lauda riusciva ad avere su di se si espresse, in maniera clamorosa, nei giorni susseguenti all’incidente del Nurburgring (1 agosto 1976): dopo essere stato considerato in condizioni disperate – gli era persino stata impartita l’estrema unzione -, ed una dolorosa riabilitazione, quaranta giorni dopo era nuovamente in corsa: gli appassionati ben conoscono il GP d’Italia 1976, che Lauda concluse in quarta posizione dopo avere combattuto contro le ferite al capo che continuavano a sanguinargli sotto il casco. “L’infortunio non mi perseguita, non mi insegue: né nel pensiero né nei sogni”. “Il fatto di non essere stato cosciente mentre ero tra le fiamme (al Nurburgring, n.d.r.) non ha permesso che si fissasse alcuna impronta nella mia memoria”. Il suo volto parzialmente rovinato dal rogo della Nordschleife fece immediatamente il giro del mondo. Ma Niki non se ne dette cura: “Non ha senso crearsi dei complessi perché mi manca metà di un orecchio. Guardati bene allo specchio, ecco come gli altri ti vedono. Se a qualcuno non piaci, quello puoi anche dimenticartelo”.

NIKI LAUDA: DALLA MINI COOPER ALLA F1 IN TRE ANNI!

Una carriera scolastica decisamente poco brillante, la scoperta (nemmeno lui avrebbe saputo spiegarne le origini) di un graduale e costante interesse verso l’automobilismo sportivo; le prime esperienze agonistiche (debuttò, come molti altri piloti della sua generazione e di quelle precedenti, in una cronoscalata: correva l’anno di grazia 1968, il 15 aprile; l’evento, la corsa in salita di Bad Muehllacken: al volante della personale Mini Cooper S 1300, terminò al secondo posto di classe), il parere contrario del padre e del nonno; la scelta, necessaria se avesse voluto proseguire nella singolare (per i “benpensanti”) scelta di vita che aveva deciso di intraprendere, di fare tutto da solo. Vale a dire: scommettere ed investire su se stesso, autopromuovendosi presso le banche austriache per diventare, uno dei primi nella storia del motorsport, “pilota con la valigia” ed “acquistare” un posto in March nella F3 – gloriosa stagione 1970 celebrata, sei anni fa, nelle sequenze iniziali del film “Rush” diretto da Ron Howard, in cui si metteva l’accento sui primi duelli con il rivale James Hunt dal carattere completamente diverso ma dalla stessa passione -, per passare poi, nella squadra di Max Mosley e Robin Herd, in F1 dove avrebbe compiuto nel 1971 il proprio battesimo della massima Formula e dove, fino al 1972, condivise il team March con Ronnie Peterson.

NIKI LAUDA: LA FERRARI E I PRIMI MONDIALI

Prototipo di autodeterminazione, Niki Lauda – che per ripagare i prestiti bancari prestati per debuttare in F1 doveva, nel frattempo, dividersi fra le monoposto e le ruote coperte, in un “tour de force” comune a molti altri driver tuttavia necessario per “farsi le ossa” ed avere più visibilità possibile – riuscì, nello spazio di una manciata di stagioni, ad approdare a Maranello, chiamato da Enzo Ferrari il quale, ben consigliato da Clay Regazzoni con il quale aveva già formato un affiatato duo nel 1973 in Brm, lo volle al volante della B3, progetto rivoluzionario di Mauro Forghieri, che avrebbe posto le basi per la conquista del titolo mondiale l’anno successivo.

La prima vittoria in F1 arrivò il 28 aprile 1974 (curioso: a sei anni esatti dalle sue prime esperienze agonistiche!) al GP di Spagna che quell’anno si disputò sul circuito di Jarama, nei pressi di Madrid. A quel successo fece seguito il primo posto a Zandvoort. Arrivò, poi, il titolo mondiale 1975, costruito – va detto, ed egli stesso non faceva fatica a dichiararlo – in una positiva convivenza da “dream team” con Clay Regazzoni. Dopo il 1976 dalle mille sfaccettature, concluso con il ritiro sotto il nubifragio del Fuji (con ci dilunghiamo sulle motivazioni, d’altronde più e più volte riportate in questi quaranta e passa anni) e l’alloro iridato di James Hunt, arrivò il secondo Mondiale, in una Ferrari che lo vedeva sempre più “distante”. Tanto che, per il 1978 ed il 1979, firmò con la Brabham di Bernie Ecclestone, che montava i motori Alfa Romeo ed era firmata dall’”enfant prodige” Gordon Murray. La clamorosa vittoria con la BT46 “aspirapolvere” ad Anderstorp (Svezia) fu l’ultimo successo di un Niki Lauda che nel frattempo, abilissimo PR di se stesso, si guardava intorno per concretizzare altrove i propri guadagni: la Lauda Air cominciava a rientrare nei suoi progetti. Tanto che, durante le prove del GP del Canada 1979, annunciò il ritiro.

NIKI LAUDA E IL TERZO MONDIALE

La lontananza di Niki Lauda dalle competizioni sarebbe tuttavia durata poco: già nel 1982 eccolo nuovamente in pista, nei colori bianco-rosso della McLaren (dal rivoluzionario telaio monoscocca in fibra di carbonio progettato da John Barnard), per una seconda vita agonistica che, prima insieme a John Watson, poi con Alain Prost, lo vide campione del mondo per la terza volta, nel 1984, “Il mio mondiale Turbo” come egli stesso dichiarò nel titolo del suo libro che ne celebrava la galoppata vincente. Il 1985 fu, per lui, l’ultimo anno nella massima Formula. Il periodo seguente lo vide completamente immerso nella propria Compagnia aerea dalle alterne fortune. Tuttavia, non rimase molto a lungo assente dai circuiti: nel 1991 fece il proprio rientro a Maranello, quale consulente sportivo.

“GRANDE VECCHIO” DEL TEAM MERCEDES-AMG F1

Il periodo seguente è storia di oggi: direttore sportivo Jaguar, poi presidente non esecutivo Mercedes-AMG F1, il team “schiacciasassi” che domina in lungo e in largo in F1. Nel frattempo, per Niki Lauda era arrivato il secondo matrimonio (nel 2008, con Brigit Wetzinger, hostess della “Fly Niki”: il divorzio dalla prima moglie, Marlene, era avvenuto nel 1991) la quale gli diede due gemelli – Max e Mia – ed un rene, che nel 2008 sostituì quello donatogli nel 1997 dal fratello. Ed il trapianto di un polmone nell’estate 2018, colpa di una infezione (si parlò di una lontana conseguenza dal rogo del Nurburgring). La riabilitazione, e nelle ultime settimane i nuovi guai al rene, la dialisi.