Mercato auto Italia: crescita a febbraio trainata dal noleggio, elettriche al 7,9%
Il mercato automobilistico italiano sembra danzare su un filo sottile, sospeso tra segnali di ripresa e contraddizioni che, come spesso accade, si nascondono dietro ai numeri. Febbraio 2026 ha visto una crescita delle immatricolazioni che non passa inosservata: 157.334 nuove vetture, pari a un +14% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Un dato che, letto senza la giusta lente d’ingrandimento, potrebbe far pensare a un settore finalmente tornato a respirare a pieni polmoni. Ma come spesso accade nel mondo dell’auto, la realtà è più sfaccettata di quanto sembri.
A ben vedere, il vero motore di questa ripresa non è tanto la domanda privata, che si ferma a un timido +9%, quanto il boom del noleggio a breve termine. Complice la ripartenza del turismo e la necessità di rinnovare flotte rimaste a lungo ferme ai box, questa componente ha gonfiato artificialmente i numeri, regalando una fotografia solo parzialmente fedele dello stato di salute del comparto. È un po’ come guardare il bicchiere mezzo pieno: il primo bimestre 2026 segna 299.373 immatricolazioni (+10,2%), ma siamo ancora lontani dal pieno recupero, con un gap del 12,9% rispetto ai livelli pre-pandemia del 2019.
Eppure, tra le pieghe di questa ripresa a macchia di leopardo, si fanno largo le auto elettriche. Le vetture a batteria, le cosiddette BEV, stanno finalmente iniziando a guadagnare terreno: a febbraio rappresentano il 7,9% del mercato, quasi il doppio rispetto al 5% dello scorso anno. Un salto di qualità che non nasce dal nulla, ma trova linfa vitale negli incentivi MASE, fondamentali per avvicinare il prezzo delle elettriche a quello delle tradizionali. E se le BEV sorridono, le PHEV non sono da meno: le ibride plug-in raddoppiano la loro penetrazione, arrivando all’8,5%. Un trend che, almeno sulla carta, sembra promettere bene per la transizione energetica.
Ma come spesso accade, il diavolo si nasconde nei dettagli. L’Italia continua a scontare un pesante ritardo sul fronte delle infrastrutture ricarica: con appena 14,2 colonnine ogni 100 km, il nostro Paese si piazza solo al 16° posto in Europa, ben lontano dalla media UE di 20,9. Un dato che pesa come un macigno sulla diffusione delle auto elettriche, soprattutto se si aggiungono i costi di ricarica spesso poco trasparenti e non sempre in linea con i prezzi all’ingrosso dell’energia. È qui che la psicologia dell’automobilista gioca un ruolo decisivo: la paura di restare a secco o di spendere troppo frena ancora molti potenziali acquirenti, vanificando in parte gli sforzi compiuti sul fronte degli incentivi.
Nel frattempo, la domanda privata continua a mostrare segni di fragilità strutturale. Il UNRAE, per bocca del suo presidente Roberto Pietrantonio, lancia un appello chiaro: servono riforme strutturali e coraggiose. Una riforma fiscale che renda più vantaggioso il rinnovo delle flotte aziendali, aumentando deducibilità, detraibilità IVA e facilitando gli ammortamenti, potrebbe innescare un circolo virtuoso: auto più moderne e meno inquinanti sulle strade, e un mercato dell’usato più ricco e competitivo. Ma tutto questo non basta se non si affronta anche il nodo europeo, tra la spinta al “Made in Europe” e il rischio di un protezionismo che potrebbe penalizzare consumatori e concorrenza, mettendo in discussione la competitività dell’intera filiera.
Gli incentivi MASE restano quindi una leva fondamentale, ma rischiano di essere un fuoco di paglia se non accompagnati da investimenti massicci nelle infrastrutture e da politiche tariffarie chiare e vantaggiose per l’utente finale. Solo così l’elettrico potrà diventare una scelta di massa, e non un privilegio per pochi.
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