Consumi e CO2, il grande inganno legale

Fabrizio Brunetti
30 Maggio 2013
Consumi e CO2, il grande inganno legale

Una normativa del 1980 consente di certificare consumi ed emissioni molto distanti da quelle di un utilizzo reale.

Uno scandalo annunciato. Ci voleva uno studio autorevole, quello della ICCT, International Council On Clean Transportation, per sollevare un po’ di clamore su quello che tutti sappiamo e constatiamo ogni giorno.

Tra i consumi dichiarati dalle Case e quelli effettivi nell’utilizzo reale c’è mediamente un divario del 30%, con punte del 50% nelle auto piccole dei segmenti A e B. Naturalmente lo stesso divario o, a seconda dell’utilizzo o del clima, anche di più, riguarda il livello di emissioni, il notissimo CO2.

E il perché è presto spiegato. Una normativa in vigore dal 1980, la New European Driving Cycle – NEDC, consente ai produttori di sfruttare, in modo formalmente legale, una serie di trucchi che abbassano drasticamente i consumi nei test di omologazione e di conseguenza le emissioni.

Qualche esempio: escludere il climatizzatore, i fari, il navigatore e tutti i servizi tecnologici di bordo che bruciano energia, tenere il cambio in folle, il sovrautilizzo dello Start and Stop che naturalmente, spegnendo il motore, riduce sia i consumi che le emissioni.

Il risultato è un inganno, talmente noto che gli automobilisti europei sono da tempo rassegnati a non dare alcun credito ai consumi dichiarati e a dare per scontato che quelli reali siano molto superiori. Basta sfogliare peraltro tutti i test delle riviste specializzate per constatare il divario pesante tra consumo  (ed emissioni) dichiarato e dati reali.

Ben diversa la reazione degli americani che è costata al Gruppo Hyundai-Kia, solo per l’immediato, un rimborso annuale di 90 dollari per ogni acquirente di vetture del gruppo per le quali è stata rilevata una differenza media di 3 km a litro (meno del 20%) tra il consumo dichiarato e quello reale di utilizzo.

Per la mentalità americana l’inganno è di per sé grave, indipendentemente dalla sua entità, e nessuno si azzarderebbe a ripetere “l’errore” del gruppo coreano, anche se la normativa non è così diversa da quella europea e consentirebbe di truccare in qualche misura i dati reali.

Succede così che per gli stessi modelli, degli stessi costruttori, i consumi dichiarati del modello europeo siano inferiori allo stesso venduto sul mercato americano.

Certo la normativa è obsoleta e inadeguata, ma i costruttori, tutti, hanno comunque volutamente ingannato la buona fede dei consumatori con dati non ottenibili nell’utilizzo reale.

La soluzione?

Ci sarebbe una normativa, messa a punto dalle Nazioni Unite, il Worldwide Harmonized Light Vehicles Test Procedure – WLTP, che offrirebbe maggiori garanzie di rispondenza all’utilizzo reale, ma l’Europa, con i costruttori tedeschi in testa, fa melina ed ha per il momento deciso per la sua introduzione “a partire dal 2017” e con la possibilità di proroga sino al 2020.

Gran brutto esempio di scarsa sensibilità etica, oltre che ambientale, da parte dell’Unione. Magari una stangata come quella di Hyundai, magari con una class action condotta contro questo o quel costruttore, con rimborsi esemplari e costi che non si dimenticano, potrebbe indurre qualcuno a rompere il fronte degli ingannatori e spiazzare la concorrenza con una coraggiosa e forte campagna di pubblicazione e confronto dei consumi “reali”.

La prima, e per il momento unica reazione da parte dei costruttori, quella di BMW, va invece nel senso esattamente opposto e anziché prendere coscienza con franchezza del problema, attacca il rapporto contestandone l’attendibilità per la base statistica “troppo esigua” (se 500.000 auto vi sembrano poche come base statistica!).

Magari basterà la crescita di pressione dell’opinione pubblica e dei media a smuovere i “politici” ed i governi della UE e spingerli ad adottare la nuova normativa senza ulteriori indugi.

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