Cosa stai cercando?
Cerca

Lamborghini Diablo W16: il test segreto che diede vita alla Bugatti Veyron

Di Fabrizio Gimena
Pubblicato il 22 gen 2026
Lamborghini Diablo W16: il test segreto che diede vita alla Bugatti Veyron
Scopri come il W16 fu sperimentato su una Lamborghini Diablo SV dopo l'acquisizione VW, gettando le basi per il Bugatti Veyron e le sue evoluzioni.

Nella storia dell’automobilismo ci sono episodi che restano celati dietro le quinte, segreti sussurrati tra i corridoi dei reparti di ricerca e sviluppo. Uno di questi racconta di una Lamborghini Diablo SV che, tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio, venne scelta come inconsueto banco di prova per una delle più straordinarie rivoluzioni motoristiche mai concepite: il W16. Un esperimento condotto nell’ombra dei laboratori Volkswagen, dove la visione di Ferdinand Piëch si tradusse in un progetto che avrebbe riscritto i parametri delle hypercar, gettando le basi per la nascita della leggendaria Bugatti Veyron.

Quando Volkswagen acquisì Lamborghini nel 1998, la Lamborghini Diablo SV rappresentava il perfetto connubio tra robustezza strutturale e potenzialità prestazionali. Non fu un caso, dunque, che i tecnici tedeschi la selezionarono per ospitare un propulsore tanto imponente quanto visionario: un otto litri, sedici cilindri, con ben quattro turbocompressori. Era l’inizio di un’avventura che avrebbe messo a dura prova ogni limite conosciuto in fatto di raffreddamento, gestione dei flussi termici e adattamento aerodinamico. Nuove aperture nella carrozzeria, soluzioni ingegneristiche d’avanguardia e una profonda revisione dei collettori di scarico trasformarono la coupé emiliana in un laboratorio viaggiante, in cui nulla veniva lasciato al caso.

L’idea di Ferdinand Piëch era chiara: esplorare senza timori le strade meno battute della progettazione motoristica, alla ricerca di soluzioni capaci di proiettare il gruppo Volkswagen ben oltre la concorrenza. Così, mentre i riflettori erano puntati su progetti più tradizionali, nei laboratori di Wolfsburg si lavorava in silenzio, con la determinazione di chi sa di avere tra le mani una chiave per il futuro. L’esperimento sulla Lamborghini Diablo SV non fu l’unico: nello stesso periodo si testavano propulsori V12 diesel su un’Audi R8, a dimostrazione di una strategia di ricerca che non conosceva confini. In queste officine si misuravano affidabilità, capacità di integrazione con telaio e aerodinamica, e soprattutto si tracciavano le linee guida di ciò che sarebbe diventato un nuovo standard nel segmento delle hypercar.

Il cuore pulsante di questa rivoluzione era proprio il motore W16, un’architettura che univa due blocchi V8 in un’unica, mastodontica sinfonia meccanica. Il lavoro certosino svolto sulla Lamborghini Diablo SV consentì di mettere a punto ogni dettaglio: dalla gestione delle temperature estreme alla distribuzione ottimale dei pesi, dalla taratura dei turbocompressori alla compatibilità con sistemi elettronici sempre più sofisticati. Il risultato? Un propulsore capace di generare una potenza e una fluidità d’erogazione semplicemente impensabili fino a quel momento, tanto da permettere alla Bugatti Veyron di infrangere ogni record di velocità e di lusso. E fu proprio questa piattaforma tecnica a spianare la strada ai successivi capolavori della maison francese: la Bugatti Chiron e, in epoca più recente, la celebrativa Bugatti Mistral.

Non mancarono, tuttavia, le voci critiche. Gli appassionati più puristi di Lamborghini storsero il naso di fronte all’idea che un’icona italiana venisse utilizzata come semplice cavia per un progetto di un altro marchio del gruppo. Gli ambientalisti e gli osservatori più attenti al tema della sostenibilità sollevarono interrogativi sulla legittimità di investire risorse in soluzioni così complesse e dispendiose, proprio mentre il settore automobilistico iniziava a imboccare la strada della transizione elettrica. Ma dal punto di vista degli ingegneri e del management, il successo della Bugatti Veyron – e ancor più quello delle sue eredi, la Bugatti Chiron e la Bugatti Mistral – ha rappresentato la consacrazione definitiva di una filosofia progettuale coraggiosa, capace di restituire al gruppo Volkswagen un prestigio globale difficilmente eguagliabile.

Oggi, le immagini custodite all’Autostadt di Wolfsburg e i documenti tecnici rimasti testimoniano la grandezza di quell’epoca irripetibile. Il motore W16 non è soltanto un capolavoro di ingegneria, ma il simbolo di una stagione di libertà progettuale che ha reso possibile l’impossibile. Con il ritiro della serie e la progressiva elettrificazione dei modelli di vertice, quella fase pionieristica sembra ormai tramontata, lasciando però un’eredità indelebile nella memoria collettiva di chi ama l’automobile senza compromessi.

Seguici anche sui canali social
Seguici su TikTok @motori_it
Seguici su TikTok
Motori_it
Seguici su X

Ti potrebbe interessare