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Il mercato auto europeo chiude il 2025 in lieve crescita, ma in Italia urge svolta fiscale

Di Fabrizio Gimena
Pubblicato il 27 gen 2026
Il mercato auto europeo chiude il 2025 in lieve crescita, ma in Italia urge svolta fiscale
Immatricolazioni in aumento del 2,4% grazie alla spinta di dicembre. Spagna in testa alla crescita annuale, Italia quarta in Europa ma fanalino di coda sull’elettrico tra i grandi mercati

Il mercato europeo dell’auto chiude il 2025 con un segno positivo, seppur contenuto. Le nuove immatricolazioni raggiungono quota 13.271.270 unità, in crescita del 2,4% rispetto al 2024. Un risultato incoraggiante che, tuttavia, non basta a colmare il divario con i livelli pre-pandemia: il mercato resta infatti inferiore del 16% rispetto al 2019.

A sostenere il bilancio annuale è stato soprattutto il mese di dicembre, che ha registrato 1.173.205 immatricolazioni, con un incremento del 7,6% su base annua. Nel dettaglio, la Germania mette a segno un robusto +9,7%, seguita dal Regno Unito (+3,9%) e dall’Italia (+2,3%). Segno meno invece per la Spagna (-2,2%) e, soprattutto, per la Francia (-5,8%).

Guardando all’intero anno, la Spagna si conferma il mercato più dinamico tra i Major Market, con una crescita del 12,9%. Seguono il Regno Unito (+3,5%) e la Germania (+1,4%), mentre Italia e Francia chiudono il 2025 in territorio negativo, rispettivamente con un calo del 2,1% e del 5,0%. In questo contesto, l’Italia mantiene sia a dicembre sia sull’intero anno la quarta posizione tra i 31 mercati europei.

Resta invece critico il fronte dell’elettrificazione: nonostante il sostegno degli incentivi MASE il mercato delle auto elettriche in Italia sembra ancora fermo al palo, mentre il resto d’Europa accelera senza voltarsi indietro. I dati parlano chiaro: secondo l’ultima fotografia scattata da UNRAE, la penetrazione delle vetture a batteria – le cosiddette BEV – nel nostro Paese resta decisamente al di sotto della media europea, che si attesta ormai sul 21,2%. Un divario che rischia di trasformarsi in una vera e propria voragine, relegando l’Italia a un ruolo marginale nella rivoluzione della mobilità sostenibile.

Eppure, il potenziale c’è tutto. Basterebbe dare uno sguardo ai numeri degli altri 30 Paesi europei per rendersi conto che il vento sta cambiando: le auto elettriche sono sempre più protagoniste nelle scelte dei consumatori, sostenute da politiche lungimiranti e da un ecosistema che favorisce la transizione. In Italia, invece, si ha spesso la sensazione di giocare una partita con le regole truccate. Le cause di questo ritardo? Un mosaico di ostacoli che, messi insieme, disegnano uno scenario tutt’altro che rassicurante.

Il primo nodo da sciogliere è senza dubbio quello fiscale. La questione, lo sappiamo, è tutta nazionale: a differenza di Francia, Germania o dei Paesi scandinavi, dove il quadro normativo premia davvero chi sceglie l’elettrico, da noi la situazione è tutt’altro che rosea. Le agevolazioni sono spesso a tempo determinato, frammentarie, incapaci di offrire una prospettiva di lungo periodo. Ecco allora che chi pensa di passare alle auto elettriche si trova di fronte a una montagna di incertezze: i incentivi arrivano a singhiozzo, le regole cambiano di anno in anno e il risultato è che la fiducia dei consumatori vacilla, mentre quella degli operatori del settore finisce per sbriciolarsi.

Non è tutto. Un altro grande freno alla diffusione delle BEV è rappresentato dalla rete infrastrutturale, ancora troppo carente per poter supportare una vera crescita del comparto. Le colonnine di ricarica scarseggiano, specie nelle aree meno centrali, e chi decide di investire su una vettura a zero emissioni deve spesso fare i conti con una pianificazione complessa, fatta di soste forzate e itinerari studiati al millimetro. Non è certo il miglior biglietto da visita per un Paese che vuole essere protagonista della mobilità sostenibile.

Ma il rischio più grande è quello di finire fuori dai radar delle grandi case automobilistiche. Se l’Italia continua a essere percepita come un mercato “di serie B”, i costruttori potrebbero scegliere di concentrare i loro sforzi altrove, lasciando il nostro Paese ai margini delle strategie di lancio dei nuovi modelli e delle tecnologie più avanzate. Una prospettiva che avrebbe ripercussioni pesanti non solo sull’innovazione, ma anche sull’occupazione e sulla competitività industriale.

Non sorprende, dunque, che il segretario generale dell’UNRAE, Andrea Cardinali, abbia lanciato un vero e proprio appello: «Anche l’Italia deve fare la propria parte per non rimanere fanalino di coda nel continente europeo». Un monito che suona come un campanello d’allarme, ma che al tempo stesso indica la strada da seguire. Serve, in altre parole, un cambio di passo deciso e coraggioso, fatto di incentivi stabili e di una politica fiscale finalmente in grado di sostenere davvero la transizione.

La lezione che arriva dagli altri Paesi è semplice: dove le regole sono chiare e le agevolazioni strutturali, la fiducia cresce e il mercato risponde. In Italia, invece, si continua a navigare a vista, con provvedimenti spot che non riescono a innescare quella svolta tanto attesa. Eppure, la posta in gioco è altissima: restare indietro significherebbe non solo perdere terreno nella corsa verso la mobilità sostenibile, ma anche rinunciare alle opportunità che questa rivoluzione può offrire in termini di sviluppo, occupazione e benessere collettivo.

In definitiva, il destino delle auto elettriche in Italia dipenderà dalla capacità di superare i limiti attuali e di costruire un sistema solido, credibile, competitivo. Un sistema che metta al centro le esigenze dei cittadini e delle imprese, che sappia garantire incentivi duraturi e un quadro normativo trasparente, e che sia finalmente all’altezza delle sfide lanciate dalla media europea. Solo così il nostro Paese potrà tornare a giocare un ruolo da protagonista nel panorama della nuova mobilità.

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