Svolta e-car in Europa: ecco come Bruxelles vuole abbattere i prezzi
L’Europa si prepara a cambiare marcia, puntando tutto su una nuova strategia che mette al centro le e-car e rilancia la sfida dei veicoli elettrici compatti e accessibili. Il nuovo Industrial Accelerator Act, presentato dalla Commissione Europea, promette di scuotere le fondamenta dell’industria automobilistica continentale con un obiettivo chiaro: rendere le auto elettriche low-cost non solo un’alternativa, ma la vera protagonista della mobilità europea dei prossimi anni. In questo scenario, il numero che più fa discutere è quello delle 1,88 milioni di e-car immatricolate previste per il 2025, una quota di mercato che si attesterebbe al 17,4%. Numeri che fanno rumore e che delineano una trasformazione profonda, tanto nelle linee produttive quanto nelle strategie commerciali dei costruttori.
La ricetta di Bruxelles, come spesso accade, è fatta di regole precise e incentivi mirati. Per accedere ai sostanziosi sussidi pubblici, ogni auto dovrà rispettare un doppio vincolo: essere frutto di assemblaggio in Europa e contenere almeno il 70% di componenti europei (batterie escluse). Una mossa che mira a ricostruire una filiera locale solida, mettendo un freno alla dipendenza da fornitori extra-UE e favorendo il cosiddetto reshoring. E non finisce qui: il sistema dei supercrediti promette di rivoluzionare il calcolo delle emissioni, consentendo a ogni compatta elettrica di valere come 1,3 veicoli ai fini del rispetto dei target climatici. Una scorciatoia che, se ben calibrata, potrebbe accelerare la transizione senza penalizzare le case automobilistiche europee.
Non è però tutto oro quello che luccica. Il settore, come spesso accade quando si tratta di innovazione e cambiamento, si mostra diviso. Da una parte c’è chi, come Renault, vede nella proposta un’occasione d’oro per rafforzare la competitività interna e rilanciare la produzione nei confini dell’Unione. La casa francese, già protagonista nell’elettrico, sostiene apertamente il piano, convinta che solo puntando su filiere corte e su un prodotto “made in Europe” si possa reggere l’urto della concorrenza asiatica. Dall’altra parte, però, ci sono voci di peso che frenano: Mercedes e BMW, in particolare, sottolineano i rischi di irrigidire le catene di fornitura globali e di innescare una pericolosa guerra commerciale con Pechino. “Serve una condizione di parità, ma con misure ponderate, non drastiche”, ammonisce Ola Källenius, CEO di Mercedes e presidente dell’ACEA, evocando il rischio di conseguenze impreviste e di una risposta a muso duro da parte della Cina.
A preoccupare, oltre agli equilibri industriali, sono anche i possibili riflessi sulle relazioni internazionali. Diversi esperti di diritto commerciale mettono in guardia: vincolare gli aiuti pubblici a requisiti di origine rischia di scontrarsi con le regole WTO e con gli accordi bilaterali, aprendo la strada a ricorsi e ritorsioni. Eppure, nonostante le ombre, molti governi europei sembrano intenzionati a tirare dritto: difendere competenze, posti di lavoro e know-how diventa una priorità, specie in un momento in cui i produttori cinesi avanzano a colpi di listini ultra-aggressivi e di una capacità produttiva che sembra non conoscere limiti.
Non mancano però le opportunità. La riconfigurazione delle filiere verso il reshoring rappresenta una chance unica per investire nei fornitori locali, stimolare l’innovazione e rafforzare il tessuto industriale europeo. Tuttavia, le sfide strutturali non sono poche: integrare la produzione a livello globale, superare le criticità legate alle batterie e adattarsi a tempi di risposta che, inevitabilmente, saranno lunghi. Se il pacchetto di misure sarà approvato senza modifiche sostanziali, potremmo assistere a una vera e propria moltiplicazione delle e-car a basso costo, con un’industria europea pronta a risorgere sotto il segno dell’innovazione. Al contempo, però, il rischio di un aumento dei prezzi, di una maggiore complessità delle supply chain e di tensioni diplomatiche rimane concreto e tutt’altro che trascurabile.
La partita, in definitiva, si giocherà tutta nei prossimi mesi, quando la trattativa tra Commissione, Parlamento e Stati membri entrerà nel vivo. Sarà allora che capiremo se prevarrà la “sega fine” evocata da Källenius – un approccio graduale e ragionato – o se la Commissione opterà per la “motosega”, con scelte radicali e immediate. Quel che è certo è che il Industrial Accelerator Act rappresenta uno spartiacque: una scommessa coraggiosa che potrebbe ridisegnare i confini della mobilità europea, ma che richiede equilibrio, visione e, soprattutto, la capacità di anticipare le mosse di un mercato globale sempre più competitivo e imprevedibile.
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