Ferrari Dino: a Maranello la festa per i cinquant’anni

Francesco Giorgi
05 Luglio 2018
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Erano più di 150, fra 206 GT, 246 GT, 246 GTS, 208 e 308 GT4, gli esemplari a marchio Dino che hanno animato il fine settimana di Maranello: 50 anni fa la messa su strada della “numero uno”.

Così tante Dino, tutte insieme, non si erano mai viste: lo assicurano i vertici Ferrari, che lo scorso weekend hanno salutato, nella cornice di Maranello, un raduno dedicato a tutti gli appassionati e possessori della “berlinetta”, costruita nelle serie 206 GT e 246 GT e Spider 246 GTS, dal 1968 al 1974, e 208 e 308 GT4 dal 1974 al 1980. In effetti, a voler essere precisi, il “reale mezzo secolo” della prima Ferrari che, in listino… non era Ferrari ma, appunto, “Dino”, sarebbero dovuti coincidere nel 2017 (quando, cioè, scoccarono cinquant’anni dalla presentazione dell’esemplare definitivo al Salone di Francoforte, frutto di una lunga e ragionata gestazione che aveva avuto inizio due anni prima). Tuttavia, si è preferito non interferire con i settant’anni dalla fondazione del marchio Ferrari, celebrati appunto l’anno scorso.

Dal punto di vista puramente filologico, in effetti, cambia poco: la prima Dino 206 GT venne, infatti, deliberata nel marzo del 1968. In pieno rispetto con il “Giubileo Dino” che si è tenuto a Maranello, e che oltre alle “classicissime” 206 e 246, ha visto la presenza delle successive Dino 208 GT4 e 308 GT4, disegnate da Bertone (a differenza delle serie precedenti, nate dalla “matita” Pininfarina) e prodotte in configurazione “due posti più due”, dal 1974 al 1980. In totale, sono stati più di 150 gli esemplari, provenienti da tutto il mondo, che hanno animato il meeting del mezzo secolo dal “lancio” della prima 206 GT: il “Dino-Day” ha avuto, quali palcoscenici di giornata, il Museo Ferrari di Maranello, una successiva parata nel tracciato di Fiorano, gli stabilimenti Ferrari per un factory-tour e, in conclusione, la sfilata sotto l’arco dello storico ingresso dell’azienda, in via Abetone Inferiore.

Seppure, come gli appassionati ben conoscono, “non” Ferrari, la produzione Dino rimane una delle più celebrate da parte degli stessi enthusiast del mondo di Maranello, anche per le motivazioni affettive che portarono Enzo Ferrari alla creazione del marchio (oggi si direbbe un “sub-brand”): Dino era, infatti, il nome del figlio del “Drake”, scomparso nel 1956, a soli 24 anni, a causa di una distrofia muscolare (episodio che suggerì al fondatore dell’azienda la creazione di una Fondazione e di altre iniziative rivolte alla ricerca per lo studio su questa malattia). I motori V6 che ne equipaggiarono la gamma (e, precedentemente, erano stati utilizzati in F1 dal 1958 al 1963, nelle vetture Biposto Sport dal 1962 e, nei rally, successivamente avrebbero equipaggiato la leggendaria Lancia Stratos) portavano infatti un fattivo contributo dello stesso di Dino Ferrari, e la firma congiunta di Vittorio Jano. Da qui, e per perpetrarne la memoria, la decisione di produrre un marchio “parallelo” alla gamma Ferrari, incentrato sulle stesse motorizzazioni a sei cilindri a V di 65°, inizialmente da 2 litri di cilindrata; e, dal 1970, portate a 2,4 litri.

Obiettivo principale della nuova gamma Dino, impostata a metà anni 60, era… un altro “quadrupede”, nello specifico la “Cavallina di Zuffenhausen”, simbolo di Porsche, già gradita al pubblico dei clienti sportivi con le allora recenti Porsche 911.

Il primo prototipo “stradale” Dino venne svelato al Salone di Parigi 1965: seppure piuttosto distante dall’impostazione stilistica che due anni dopo sarebbe stata quella definitiva, Leonardo Fioravanti (Pininfarina) realizzò un insieme di linee complessivamente vicine a quelle che, nei primi mesi del 1968, salutarono il debutto su strada della “prima serie”, ovvero la 206 GT dai fissaggi ruota a gallettone centrale. Di questa prima produzione (unità motrice da 2 litri in alluminio, 160 CV a 8.000 giri/min, alimentazione mediante tre carburatori Weber 40 DCN/4, e – novità tecnica di rilievo – l’adozione dell’accensione elettronica Dinoplex sviluppata appositamente da Magneti Marelli) ne vennero realizzate 152 unità, fra il 1968 e il 1969.

Anche per distinguerla dalla “tradizionale” produzione V12, fiore all’occhiello del Cavallino, Enzo Ferrari aveva vietato che il nome della nuova “berlinetta” fosse Ferrari. In realtà, il distacco dalla classica gamma Ferrari non si esaurirono con la tipologia di motorizzazione: la Dino 206 GT fu, in effetti, la prima vettura “di serie” ad uscire da Maranello con il motore collocato in posizione centrale, alle spalle dell’abitacolo. Una soluzione che Enzo Ferrari inizialmente non gradiva, sostenendo che avrebbe tolto dello spazio utile all’abitacolo e sarebbe stata possibile fonte di problemi di raffreddamento rispetto alla “solita” soluzione del motore anteriore e della trazione posteriore. Tuttavia, accettarne lo sviluppo fu, con il senno di poi, all’origine di una nuova fortunata immagine per Maranello: dalla Dino (e, in linea temporale, dalle successive 208 GT4 e 308 GT4 disegnate da Marcello Gandini per Bertone) sarebbero successivamente derivate la 308 GTB, la 208 GTB e, via via, le supercoupé che, oggi, vengono rappresentate dalla gamma 488 di attuale produzione.

Gli enthusiast più “esigenti” ritengono, oggi, che il modello più ambito nell’intera stirpe delle Dino “stradali” sia proprio la 206 GT del 1968 che in questi giorni ha festeggiato i suoi primi cinquant’anni: oltre alle ruote con gallettone centrale, venne allestita con carrozzeria in alluminio ed un’impostazione dell’abitacolo volutamente (e sportivamente) “minimal” che ha fatto scuola, e dichiarata “parente” delle Dino che negli anni 60 calcarono le scene agonistiche.

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