Mini Cooper: i cinque piloti simbolo dell’epoca d’oro

Francesco Giorgi
13 Marzo 2022
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Aaltonen, Hopkirk, Timo Makinen, Pat Moss e John Rhodes: i “nomi” di spicco da sempre associati alle vittorie Mini nei rally e in pista.

Cinque storie, tutte da raccontare. Quattro al maschile, una al femminile. Dire “Mini Cooper” equivale a tuffarsi nella “Golden Age” delle corse su strada, quando le “baby” di Longbridge facevano man bassa di vittorie nei quattro angoli della Terra, sancirono l’affermarsi della trazione anteriore nei rally e raccolsero importanti successi anche in pista. Gara dopo gara, l’”armata” Bmc fu, negli anni 60, l’avversario principale con il quale confrontarsi. Tanto che i successi sportivi, tramandati fino ai giorni nostri, restano alla base dell’attuale filosofia sportiva Mini.

Rauno Aaltonen

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Come pilotare una trazione anteriore in modo da farla rendere al meglio sui fondi stradali a scarsa aderenza? Con la tecnica della frenata con il piede sinistro, mentre quello destro preme sull’acceleratore: manovra “da giocoliere” che permette di “tenere” l’avantreno e, nello stesso tempo, far danzare la parte posteriore della vettura in modo da dirigerla in direzione esterna alla curva e ritrovare il veicolo già pronto per il successivo rettilineo.

Facile a dirsi, difficile a farsi, soprattutto per un “comune” automobilista. Ma qui si parla del prototipo del “Finlandese volante”, uno dei capostipiti della lunga stirpe dei “Flying Finn” che hanno dominato in lungo e in largo nel mondo. Rauno Aaltonen, nato nel 1938, Campione europeo 1965, fu uno dei principali interpreti dell’epoca d’oro dei rally, e dell’epopea Bmc in particolare, al volante delle piccole Cooper S si aggiudicò ben nove rally internazionali, fra il 1965 e il 1967, con la ciliegina sulla torta della vittoria al Montecarlo 1967, ultimo dei tre successi Mini al rally monegasco.

Paddy Hopkirk

Paddy Hopkirk

Talmente “iconico” nel proprio lungo legame con la “famiglia” Mini che nella seconda metà del 2020 gli è stata dedicata una serie speciale, allestita su Cooper S e John Cooper Works. Il leggendario nordirlandese (è nato a Belfast nel 1933), versatile nelle corse su strada ed in pista, è uno dei nomi di riferimento quando si parla delle Mini in gara: Paddy Hopkirk fu, nel 1964, il primo vincitore al Rally Monte Carlo su una Cooper S (la celebre “numero 37” targata 33EJB).

“Volante” ufficiale Bmc fino alla chiusura del reparto corse avvenuta nel 1968 (anno in cui British Motors Corporation confluì in British Leyland), tornò alla guida delle amate Mini Cooper S nel 1982, aggiudicandosi (in coppia con Brian Culceth) il RAC Golden 50 – evento che commemorava i cinquant’anni del Rally RAC -, nel 1990 (con la vittoria alla Pirelli Classic Marathon) e nel 1994, con la partecipazione – conclusa al quarto posto di classe – al Rally Monte Carlo “moderno” con una Rover Mini Cooper in versione Gruppo A.

Timo Makinen

Timo Makinen

Ecco un altro esponente della leggendaria epoca dei “Flying Finn” arrivata fino ai giorni nostri. Il fuoriclasse finlandese, nato nel 1938 e scomparso nel 2017, esordì al volante delle Mini Cooper S nel 1964, e trionfò (in coppia con Paul Easter) nell’innevatissima edizione 1965 del Rally Monte Carlo.

Nella stessa stagione si aggiudicò il 1000 Laghi e la Coppa delle Alpi. Memorabile la terza vittoria consecutiva nella gara di casa: durante la prova speciale di Ouninpohja al Mille Laghi 1967, per colpa dei continui sobbalzi le cinghiette di cuoio fermacofano della sua Cooper S non ressero, tanto che il cofano motore si apriva ad ogni salto. Non potendo mettere la testa fuori dal finestrino per via che era impossibile a causa del casco, si trovò costretto a dover guidare costantemente di traverso per poter vedere la strada. Anche così, tuttavia, riuscì a conquistare la vittoria.

Pat Moss

Pat Moss

È recentissima la notizia relativa ad una serie speciale dedicata, che celebra i sessant’anni dalla storica prima vittoria di una Mini Cooper in un rally internazionale: era il 1962, la gara il Tulpen Rally (Rally dei Tulipani), una “maratona” (all’epoca era uso comune) di 2.500 km che dalle pianure dei Paesi Bassi, per la precisione a Noordwijk, portava gli equipaggi a Monte Carlo per poi fare ritorno al punto di partenza.

Incidentalmente, il primo grande successo di Mini nelle corse su strada venne conquistato da un equipaggio tutto al femminile: Pat Moss e la fedele coéquipier Ann Wisdom, che la accompagnò per gran parte della carriera. Sorella del leggendario Stirling Moss e poi moglie di Erik Carlsson (il gigante svedese, soprannominato “On the Roof”, cioè “sul tetto” per i numerosi “tonneau” con la piccola Saab 96, che per la particolare forma della parte superiore poteva facilmente essere messa nuovamente… nella giusta posizione di marcia), Pat Moss – già campionessa di equitazione e componente della squadra nazionale inglese di salto con gli sci – aveva esordito nei rally ad appena diciotto anni.

Divenuta pilota ufficiale BMC a ventitré anni, legò per sette stagioni il suo nome a quello del team britannico che di lì a poco avrebbe raggiunto fama mondiale con le piccole Mini Cooper. Cinque volte vincitrice nella Coppa delle Dame all’Europeo Rally (all’epoca considerato come il Campionato mondiale), trionfatrice alla massacrante Liegi-Roma-Liegi 1960, seconda assoluta al RAC 1961 e terza nel 1962 (sempre con le grosse Austin-Healey 3000 MkIII), dopo la lunga parentesi in Bmc proseguì la carriera in Ford, in Saab, in Lancia e, infine, nella prima metà degli anni 70, in Alpine Renault.

John Rhodes

John Rhodes

 

Ovvero: il pilota che faceva “segnali di fumo” con la sua Mini Cooper S. Non per niente, il campione inglese venne soprannominato “Smokey” dai tifosi. Estremamente spettacolare, John Rhodes fu, per tutti gli anni 60, il “re delle Mini” nelle gare Turismo del BTCC. Il suo stile di guida era in effetti “calcolato”: sfruttando la leggerezza e il proverbiale “Go-kart feeling” delle piccole Cooper S, riusciva sempre, con un abile gioco di punta-tacco e “telegrafando” alla perfezione sull’acceleratore, a far derapare la vettura sulle quattro ruote (il “four-wheel drift”) in modo da inserirsi nella giusta traiettoria già all’inizio della manovra, ed uscire perfettamente “dritto” sul rettilineo.

Lo stesso Rhodes amava scherzare su questa abilità, dicendo che gli portava un altro vantaggio sui concorrenti: facendo fumare le Dunlop Racing anteriori in maniera così vistosa, si veniva a creare una “nebbia” che per qualche istante disorientava i diretti avversari, e gli permetteva di guadagnare terreno.

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