Tesla: un dipendente e l’FBI sventano un tentativo di hackeraggio

L’approccio con WhatsApp, il sospetto, l’indagine e poi l’arresto dei responsabili: così la rete informatica della Gigafactory del Nevada è rimasta al sicuro.

La notizia ha immediatamente fatto il giro del mondo, e conferma quanto da tempo avviene fra i big player di qualsiasi settore industriale: ovvero che è difficile considerarsi pienamente al sicuro dagli attacchi informatici. Nel caso di Tesla, poi, viene da pensare che la factory di Palo Alto, proprio per il suo ruolo di primo piano nella nuova mobilità sia particolarmente “ambita” dagli hacker. Ne è prova un tentativo di pirateria informatica, ai danni della Gigafactory situata nel deserto del Nevada, che i tecnici Tesla, in collaborazione con l’FBI, sono stati in grado di neutralizzare. Una vicenda che potrebbe benissimo essere stata scritta per un “plot” cinematografico, anche perché si è conclusa con il classico lieto fine. Tuttavia, è costata una certa dose di apprensione e di sudore fra gli ingegneri Tesla.

Un milione di dollari per tradire l’azienda

Di rilievo è anche il fatto che, in seguito ad una immediata indagine e sulla base di una (ovviamente) minuziosa ricostruzione, gli agenti FBI hanno tratto in arresto un cittadino russo di 27 anni: il giovane, a quanto si apprende da varie fonti Web – in primis dal blog Teslarati -, in possesso di un visto turistico per gli Usa, lo scorso luglio avrebbe approcciato un dipendente della Gigafactory attraverso WhatsApp, e gli avrebbe offerto un milione di dollari in cambio dell’installazione di un malware nella rete informatica interna di Tesla. Un’operazione facile facile: con una chiavetta Usb, lasciata inserita per qualche ora. L’obiettivo sarebbe stato limitare l’accesso ai dati dei computer, e quindi chiedere un riscatto – si parla di 4 milioni di dollari – per evitare che i dati estrapolati venissero resi noti.

Uno “strano” agosto

Una violazione delle reti che, se fosse riuscita, avrebbe provocato un danno di ben notevoli proporzioni. Come si accennava in apertura, tutto si è concluso nel migliore dei modi – vale a dire con l’arresto del giovane russo e quindi con l’individuazione del gruppo di cybercriminali pronti a mettere le mani nei “segreti” informatici della Gigafactory – proprio grazie alla collaborazione dello stesso dipendente avvicinato dall’”emissario del diavolo”. Si tratterebbe di un tecnico, che chiaramente aveva la possibilità di accedere alla rete informatica della Casa costruttrice californiana, il quale insospettitosi dalla singolare situazione che per quasi un mese lo vedeva protagonista – incontri, cene “di lavoro”, gite – ha pensato bene di avvertire i dirigenti dell’azienda. Immediata la scelta: rivolgersi al Federal Bureau of Investigations per dare il via ad una classica indagine come molte altre, sebbene in questo caso singolare nel suo svolgimento.

Cruciale il doppio gioco (come un provetto 007)

“Chiave di volta” dell’inchiesta è stato, in effetti, lo stesso dipendente Tesla, che come nelle migliori spy-story ha – in buona sostanza – fatto il doppio gioco: far finta, cioè, di essere “amico” del cybercriminale e, contemporaneamente, agire da esca per consentire ai top manager ed al personale Fbi di smascherare gli hacker. Un “giochino” che si sarebbe protratto per quasi un mese, e che si è concluso con l’arresto del giovane che ha portato avanti – ed a volto scoperto – il tentativo di abbordaggio del dipendente Tesla.

Gli apprezzamenti su Elon Musk su Twitter

Il quale non ha avuto difficoltà a rinunciare ad un “premio” di un milione di dollari (sempre che, qualora egli avesse accettato rendendosi così complice dei malviventi, ciò gli sarebbe poi stato effettivamente riconosciuto!), ed è stato citato da Elon Musk in uno dei suoi consueti tweet, dove il fondatore di Tesla ha scritto che “Un nostro impiegato ha rifiutato a un milione di dollari, ha collaborato con l’FBI ed ha contribuito a sventare un cyber attack alla Gigafactory del Nevada. Apprezzo molto tutto questo, sarebbe stato un ‘hackeraggio’ grave”.

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