GP del Belgio: 5 edizioni indimenticabili

Il grande libro delle imprese memorabili a Spa-Francorchamps è pieno di episodi da antologia: ne abbiamo scelti cinque fra quelli più clamorosi.

Dire “Spa-Francorchamps” equivale a tuffarsi di testa nella grande storia del motorsport. Monoposto e ruote coperte, pressoché tutte le specialità delle competizioni hanno, in quasi un secolo (l’inaugurazione della pista avvenne nel 1924), animato i velocissimi e pericolosi saliscendi della pista delle Ardenne. Una storia articolata, affascinante, che “sa” di corse come poche altre; e per questo sono moltissimi gli episodi di rilievo avvenuti a Spa-Francorchamps. Ne abbiamo scelti cinque, a formare un’ideale carrellata all’insegna della passione.

1966: ultima vittoria di Surtees su Ferrari in un GP da Highlander

la “vecchia” Spa-Francorchamps (quella da 14 e passa km, da affrontare “a tutta”) era, ancor più di quella attuale da 7 km, fedele alla storica filosofia delle competizioni: un tracciato semipermanente, che nella fattispecie era stato realizzato raccordando le tre cittadine di Malmedy, Stavelot e Francorchamps. Dunque strade statali normalmente aperte alla circolazione. E, in questo caso, per di più un circuito velocissimo. In caso di maltempo (evenienza tutt’altro che rara da quelle parti), le difficoltà si sommavano, e la gara diventava ancora più rischiosa. Come avvenne nella bagnatissima edizione del 1966: era il 12 giugno, e in occasione del GP del Belgio che sanciva l’esordio delle monoposto appartenenti alla nuova Formula 1 da 3.000 cc tra le foreste delle Ardenne, si schierarono al via sedici vetture.

Un forte temporale “decimò” il gruppo già durante il primo giro, che si concluse con appena sette vetture rimaste in gara. Fra i ritirati, Jo Bonnier (la cui Cooper-Maserati T81 si fermò in equilibrio su un parapetto, con la metà anteriore della monoposto sospesa a mezz’aria), Jim Clark, che si trovò con l’abitacolo della sua Lotus 33 letteralmente invaso dall’acqua e impossibilitato a proseguire; Jo Siffert, anch’egli su Cooper-Maserati; e, via via elencando, la Lotus-Brm di Mike Spence, la Brabham-Climax di Dennis Hulme. Particolarmente drammatico lo schianto della terza Brm ufficiale, quella affidata a Jackie Stewart, che dopo avere urtato un palo della linea telefonica terminò la propria corsa incontrollata in un fosso e a ruote per aria, rimanendo in tale difficile posizione per ben 25 minuti e con lo scozzese pericolosamente immerso nella benzina fuoriuscita dal serbatoio che era ancora pieno, essendo al primo giro.

Il salvataggio di Jackie Stewart avvenne grazie ai compagni di squadra Graham Hill e Bob Bondurant, che non esitarono ad estrarlo dalla vettura con degli attrezzi forniti da un provvidenziale spettatore. Vincitore di quel Gran Premio da tregenda (rimasto peraltro nella storia anche perché le sequenze, girate “dal vivo” grazie a una telecamera collocata sulla McLaren di Phil Hill, sono state immortalate nel film “Grand Prix” magistralmente diretto da John Frankenheimer) fu John Surtees: il “Figlio del Vento”, campione del mondo nel 1964, divorziò clamorosamente da Maranello nei giorni immediatamente successivi, tanto da presentarsi al via della corsa successiva (il GP di Francia a Rouen) nei colori Cooper-Maserati.

1988: il podio “virtuale” di Ivan Capelli

Ogni gara fa storia a se. E questo è un assunto… vecchio quanto l’automobile. E molte gare vengono ricordate per episodi rocamboleschi che ne contrassegnano lo svolgimento e l’ordine di arrivo. Spa-Francorchamps ne offre a bizzeffe; fra questi, uno in particolare ebbe quale protagonista Ivan Capelli. Il milanese, nel 1988, era in forza al Team March-Leyton House, con la monoposto “881” a motore 3.5 Judd aspirato, progettata da Tim Holloway e Adrian Newey (questo nome vi dice qualcosa?…). Il Gran Premio del Belgio 1988, undicesima prova stagionale, si tenne a Spa il 28 agosto. Vincitore fu Ayrton Senna, che mantenne la leadership dalle prime fasi di gara fino alla bandiera a scacchi e inflisse un distacco biblico (30 secondi e 47 centesimi) sul compagno di squadra in McLaren Alain Prost.

Un arrembante (al via) e successivamente regolare Ivan Capelli, partito in quattordicesima posizione e poi risalito dapprima all’ottavo e poi al quinto posto dietro le due Benetton-Ford di Thierry Boutsen ed Alessandro Nannini anche per via del ritiro delle due Ferrari e della Williams di Riccardo Patrese, era ben contento della quinta posizione finale. I commissari sportivi, tuttavia, alcune settimane più tardi squalificarono le due Benetton di Boutsen e Nannini per avere utilizzato una benzina irregolare (il numero di ottano venne trovato superiore al limite di 102 regolamentare). Sorpresa, dunque: senza essere effettivamente salito sul podio, Ivan Capelli si vide assegnati i quattro punti del terzo classificato. Con scorno dell’”enfant du pays” Thierry Boutsen – che aveva ovviamente festeggiato la terza piazza finale sul podio insieme a Senna e Prost – che, in effetti, non consegnò mai a Ivan Capelli il trofeo per il terzo arrivato. Se lo è sempre tenuto in casa.

1992: Senna valoroso soccorritore di Erik Comas

Motorsport is dangerous”, come scrivono a chiare lettere gli organizzatori anglosassoni: lo sport dei motori è pericoloso. Basta che voi lo sappiate… “Motorsport is sometimes heroic, too”, verrebbe da aggiungere. Il mondo delle competizioni sa essere anche obiettivamente eroico. I salvataggi (o quantomeno tentativi di salvataggio) di piloti da parte dei colleghi di volante fanno (e questo è un gran bene!) parte integrante della storia del motorsport. Un episodio, che non avvenne in gara quanto durante le prove ma in ogni caso non toglie nulla al valore del gesto, avvenne il 28 agosto 1992, giorno di inizio delle prove in vista del GP del Belgio che si sarebbe svolto a Spa-Francorchamps la domenica successiva.

A pagare di persona la particolare conformazione della pista delle Ardenne fu il francese Erik Comas: da tempo attivo nel mondo dei rally storici (è stato campione europeo della specialità), l’allora trentenne pilota nativo del dipartimento della Drôme era al secondo anno in F1, e alla seconda stagione in Ligier. Durante le prove libere, la monoposto “bleu France” di Comas sbatté con violenza a Blanchimont, lasciando il pilota in stato di incoscienza. Una situazione resa ancor più pericolosa dal fatto che il suo piede destro era rimasto bloccato sull’acceleratore “a tutta” (con evidente pericolo di esplosione del motore), e dalla posizione della sua Ligier, bloccata in mezzo alla pista.

Fu Ayrton Senna, primo pilota a sopraggiungere sul posto subito dopo l’incidente, a prestare a Comas un primo decisivo soccorso: senza pensarci due volte, il fuoriclasse paulista fermò la sua McLaren di lato e, non notando alcun commissario di percorso, iniziò a correre verso la Ligier dello sfortunato Erik Comas. Precipitatosi verso la vettura, spense immediatamente il motore e risistemò la testa del collega (rimasta, in quei primi frangenti, inclinata in modo non naturale nell’abitacolo). Una manifestazione di umana solidarietà che lo stesso Comas non ebbe poi difficoltà alcuna a riconoscere, indicando Senna come “L’uomo che mi ha salvato la vita”.

1999: il doppio big crash di Villeneuve e Zonta

Allacciate le cinture: qui si vola davvero! Quello che avvenne nelle prove del GP del Belgio 1999, e che di fatto danneggiò pesantemente le due BAR, quella di Jacques Villeneuve e quella gemella del brasiliano Ricardo Zonta, ha dell’incredibile. Primo perché avvenne nello stesso punto di Spa (l’Eau Rouge-Raidillon); e poi perché aveva avuto origine da una sorta di scommessa. O, meglio: una sfida, per vedere chi sarebbe riuscito a “fare” l’Eau Rouge in pieno. Attenzione: stiamo parlando della “vecchia” configurazione, quella che non aveva le attuali vie di fuga. E dove lo stesso Jacques Villeneuve, nel 1998 da campione del mondo in carica era uscito di pista schiantandosi contro le barriere.

Un incidente terminato senza alcun danno fisico per il canadese, che nella stagione successiva (il 1999, appunto) era sempre più determinato a far vedere il proprio valore anche con una monoposto non certo da vittoria assoluta. Ed ecco la scommessa: chi, fra Villeneuve e Zonta, riuscisse a percorrere “a tutta” l’Eau-Rouge-Raidillon. “Così, “da sparo”, a più di 200 km/h e senza ovviamente sollevare il piede dall’acceleratore. Un giochino che se andava male (per la vettura) significava buttare via milioni di dollari; se terminava in maniera più seria… beh, ci siamo capiti. Il primo a provare fu proprio Jacques Villeneuve, che perdette il controllo della BAR dopo lo scollinamento e terminò la propria corsa contro le barriere. Quanto al brasiliano compagno di squadra, affrontò il tratto di pista a velocità così elevata che la sua BAR si produsse in uno spettacolare sovrasterzo di potenza, all’uscita della Eau Rouge, proseguì la propria folle traiettoria incontrollata in testacoda, urtò le barriere a sinistra e rimbalzò verso la parte opposta del tracciato. Uno-due, e oplà: entrambe le monoposto “fuori”. A volte, in Formula 1 avviene anche questo. Per la cronaca, comunque, sia Villeneuve che Zonta presero parte alla corsa. Ma dovettero ritirarsi.

2000: il sorpasso da antologia di Hakkinen su Schumacher

L’episodio che conclude la nostra carrellata dei momenti “più storici fra tutte le vicende storiche” nella lunga storia sportiva di Spa-Francorchamps ha vent’anni giusti giusti, e ha per protagonisti due leggende delle competizioni: Mika Hakkinen e Michael Schumacher. Il “Michele” finnico due volte iridato ed il “Michele” tedesco; McLaren, all’epoca campione mondiale in carica, ed un’arrembante Ferrari che aveva iniziato a costruire quella che, negli anni a venire, avrebbe dato vita all’immagine di un “Cavallino-schiacciasassi”. In quel GP del Belgio del 2000, i giochi sembravano premiare McLaren: Hakkinen partiva dalla pole position (davanti alla Jordan di Jarno Trulli distanziato di sette decimi), e il grande rivale Schumacher in quarta posizione.

Dopo il “via” avvenuto in condizioni di asfalto bagnato (tanto per cambiare…), la pista iniziava ad asciugarsi. Hakkinen, protagonista di un deciso “forcing” sugli avversari guidati da “Schumi”, comandava la classifica in maniera perentoria. Fino al tredicesimo giro, che vide la McLaren del finlandese – nel frattempo passato alle gomme da asciutto – andare in testacoda a Stavelot e ripartire dopo il beffardo passaggio di Schumacher ritrovatosi in testa e, a sua volta, determinato a non concedere nulla alla concorrenza. Figuriamoci ad un Mika Hakkinen che rappresentava il suo principale competitor. Quest’ultimo aveva l’obbligo di inventarsi un colpo vincente, un gesto in grado di ribaltare le sorti della gara. L’occasione avvenne al 40. giro, dopo un “grande attack” che si era protratto per una buona metà di gara. Hakkinen, che ormai faceva sentire il fiato sul collo a Michael Schumacher, fece un tentativo di sorpasso non andato a buon fine.

Ed eccoci al giro successivo, quello in cui il finlandese della McLaren improvvisò un sorpasso da raccontare a nipoti e pronipoti. Uscito dalla Eau Rouge “incollato” al posteriore della Ferrari di Schumacher in quel momento a sinistra per superare il doppiato Ricardo Zonta (BAR), Hakkinen si mosse inaspettatamente a destra, per affiancare la “Rossa” del rivale tedesco: la McLaren e la Ferrari percorsero così, fianco a fianco, il rettifilo Kemmel. Una sola vettura sarebbe passata. Woking o Maranello? Ragazzi, chi ha più pelo vince. Chi “tiene” più a lungo passa. Ed ecco la staccata. Anzi, la staccatona che a Les Combes permise, anche per via di una traiettoria più favorevole, a Mika Hakkinen di avere la meglio su Michael Schumacher. Il tedesco battuto da un finlandese con una manovra “alla Schumacher”. Anzi, no: “alla Hakkinen”. Diamo a Cesare quel che è di Cesare.

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