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Stop alle Gigafactory: perché l’Europa sta perdendo la sfida delle batterie

Di Simone Fiderlisi
Pubblicato il 9 feb 2026
Stop alle Gigafactory: perché l’Europa sta perdendo la sfida delle batterie
ACC abbandona progetti a Termoli e Kaiserslautern. Termoli mantiene produzione motori e 1.800 posti. Europa avverte rischio perdita sovranità tecnologica sulle batterie.

Il recente dietrofront di ACC sulla realizzazione delle gigafactory in Italia e Germania riporta sotto i riflettori una questione cruciale: l’Europa rischia di vedere sfumare la propria sovranità tecnologica sulle batterie, lasciando campo libero a competitor sempre più agguerriti, soprattutto cinesi. Una notizia che scuote non solo gli addetti ai lavori, ma anche chi guarda con attenzione alle trasformazioni della filiera automotive e al futuro industriale del continente.

Non è un fulmine a ciel sereno, ma la decisione di accantonare i progetti delle gigafactory di gigafactory Termoli e Kaiserslautern — dopo mesi di voci, attese e speranze — ha il sapore amaro delle occasioni perse. Il consorzio guidato da Stellantis, insieme a TotalEnergies e Mercedes-Benz, aveva promesso una rivoluzione industriale: impianti all’avanguardia, competenze hi-tech e la prospettiva di riportare in Europa la produzione delle celle, cuore pulsante della mobilità elettrica. Invece, oggi resta in piedi solo la fabbrica francese di Billy-Berclau/Douvrin, mentre il resto viene congelato in attesa di tempi migliori.

Per la realtà molisana di Termoli, la notizia è una lama a doppio taglio. Da un lato, la rassicurazione che i circa 1.800 lavoratori impegnati nella produzione tradizionale — motori e cambi e-DCT — manterranno il proprio posto e potranno contare su nuovi investimenti, anche grazie all’adeguamento alle normative Euro 7. Dall’altro, la sensazione che la grande partita dell’innovazione passi ancora una volta altrove, lasciando il territorio a fare da spettatore più che da protagonista. Perdere la chance di diventare hub di riferimento nella filiera delle batterie significa rinunciare, almeno per ora, a sviluppare quelle competenze in chimica e meccatronica che avrebbero potuto rappresentare un salto di qualità per l’intero sistema industriale italiano.

A pesare sulle scelte di ACC sono fattori che si intrecciano in un quadro di incertezza globale. La domanda di auto elettriche rallenta, complice anche una transizione che, per molti consumatori, appare ancora troppo costosa e complessa. Nel frattempo, i produttori cinesi — forti di economie di scala ormai consolidate e di una filiera domestica ipercompetitiva — riescono a offrire celle a prezzi che, per l’industria europea, sono semplicemente fuori portata. Ecco allora che, in attesa di nuove condizioni di mercato, la priorità diventa tagliare i costi piuttosto che investire in nuove capacità produttive.

Le reazioni non si sono fatte attendere. I sindacati locali, pur apprezzando le garanzie occupazionali, non nascondono la preoccupazione per un futuro che appare sempre più legato alle decisioni di gruppi multinazionali e sempre meno alla progettualità nazionale. A livello europeo, cresce l’allarme: senza un’azione coordinata, fatta di politiche industriali lungimiranti, garanzie pubbliche e incentivi fiscali mirati, il rischio è che la dipendenza da fornitori extra-UE continui ad aumentare. In altre parole, l’Europa rischia di restare spettatrice nel settore delle batterie, proprio mentre il resto del mondo accelera.

Eppure, la partita non è ancora chiusa. La ricerca su tecnologie di accumulo più efficienti e meno costose, come le batterie a stato solido, rappresenta un fronte su cui il Vecchio Continente può ancora dire la sua. Non meno importante è il rafforzamento della filiera del riciclo, essenziale per garantire sostenibilità e autonomia di approvvigionamento. Ma serve anche una nuova alleanza tra industria e istituzioni, capace di favorire investimenti e creare un ecosistema competitivo, dove innovazione e occupazione vadano di pari passo.

Il caso della gigafactory Termoli e di Kaiserslautern è emblematico di una sfida più ampia: in gioco non c’è solo la competitività dell’automotive europeo, ma la possibilità di mantenere una sovranità tecnologica su un comparto destinato a crescere esponenzialmente nei prossimi decenni. Se l’Europa non vuole restare indietro, dovrà imparare a fare sistema, sostenendo la propria industria e puntando con decisione su innovazione, ricerca e formazione. Perché il futuro delle batterie — e con esso quello di milioni di posti di lavoro — si gioca oggi, non domani.

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