Bologna Città 30, si riparte: ecco cosa cambia dal 20 aprile
Nel cuore pulsante dell’Emilia, tra portici e torri, si gioca una partita che va ben oltre i confini cittadini: Bologna Città 30 è ormai sinonimo di dibattito acceso, tra sostenitori convinti e voci critiche. Da un lato, la promessa di una città più vivibile, dove il ritmo lento diventa alleato della sicurezza stradale; dall’altro, la realtà di chi, ogni giorno, la strada la vive per lavoro e vede nel nuovo assetto una sfida non da poco.
Il progetto originario, che aveva fatto di Bologna la prima grande città italiana a imporre il limite 30 km/h su tutte le arterie urbane, era stato accolto come una rivoluzione: 258 chilometri di nuove zone a velocità ridotta, 47 ambiti cittadini coinvolti, oltre 65 realtà chiamate a ridisegnare insieme la mappa della mobilità. Un mosaico ambizioso, certo, ma non privo di ostacoli.
La doccia fredda è arrivata a gennaio 2026, quando una sentenza del TAR Emilia Romagna ha stoppato il provvedimento, accogliendo il ricorso presentato dai tassisti. Una categoria, quest’ultima, che da subito aveva espresso forti perplessità: secondo loro, l’applicazione indiscriminata del limite non teneva conto delle specificità di ogni tratto stradale e rischiava di trasformare la quotidianità lavorativa in una corsa a ostacoli. Il giudice amministrativo ha dato loro ragione, sottolineando come la misura generalizzata mancasse di quella motivazione tecnica necessaria per giustificare una restrizione così ampia.
Il risultato? Un inevitabile stop and go per l’amministrazione comunale, che si è vista costretta a rimettere mano al piano. Ma, come spesso accade a Bologna, dalle difficoltà nascono nuove idee: il Comune ha scelto la via del pragmatismo, ripensando la distribuzione delle zone a 30 km/h sulla base di criteri oggettivi e misurabili. Niente più “tutti dentro” – ora si guarda con attenzione all’assenza di marciapiedi, al traffico pedonale intenso, alla vicinanza di scuole e ospedali.
La nuova versione del progetto, pronta a entrare in vigore il 20 aprile 2026, punta a diventare un modello di equilibrio tra tutela e funzionalità. Gli esperti di mobilità non hanno dubbi: un approccio selettivo, supportato da dati e analisi, può davvero rappresentare la chiave per ridurre incidenti e mortalità senza paralizzare la circolazione. Ma resta ancora aperta la domanda centrale: riuscirà Bologna a trasformarsi in laboratorio di innovazione urbana senza sacrificare la libertà di movimento di chi la città la vive e la fa vivere?
Intanto, il dibattito non si spegne. Da una parte, c’è chi sottolinea come il drastico calo – il 43,6% in meno di vittime della strada nel biennio 2023-2025 – sia un segnale inequivocabile dell’efficacia delle politiche di moderazione del traffico. Dall’altra, i tassisti e altri operatori del trasporto sottolineano le criticità ancora aperte: tempi di percorrenza allungati, rischi di congestione in alcune fasce orarie, necessità di una revisione profonda del sistema semaforico e di una vera corsia preferenziale per chi lavora su quattro ruote.
Non è un caso che tra le misure previste dal nuovo piano figurino il potenziamento del trasporto pubblico, la creazione di corsie dedicate e una revisione puntuale dei semafori. Sono interventi pensati per “smussare gli angoli”, come si dice da queste parti, e cercare quel compromesso virtuoso tra sicurezza e diritto alla circolazione. Ma la strada, è proprio il caso di dirlo, è ancora lunga: molto dipenderà dalla capacità di ascolto dell’amministrazione e dalla disponibilità delle categorie coinvolte a trovare soluzioni condivise.
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