Stellantis verso la prima perdita operativa: il conto dei 22 miliardi per l'elettrico
Il colosso automobilistico Stellantis si trova oggi al centro di una tempesta perfetta, una di quelle situazioni in cui la realtà del mercato si impone con tutta la sua forza, costringendo a rivedere piani e strategie. Non sono bastati gli investimenti a otto zeri degli ultimi anni per mettere il gruppo al riparo dai rischi di una transizione troppo rapida verso l’elettrico. La fotografia scattata dagli ultimi dati finanziari parla chiaro: 22 miliardi di euro in oneri una tantum, una perdita operativa che segna una pagina nera nella storia del gruppo e un ritorno all’utile rimandato, almeno sulla carta, al 2026. Numeri che fanno rumore, perché raccontano non solo di bilanci, ma di una strategia che va rimodulata con urgenza.
Il cambio di passo è stato sancito dall’arrivo di Antonio Filosa alla guida del gruppo, un manager pragmatico che ha deciso di affrontare la realtà senza giri di parole. La sua visione? Semplice, almeno all’apparenza: rallentare la corsa verso la completa elettrificazione e ricalibrare la strategia EV in funzione di ciò che il mercato è davvero disposto ad assorbire. Non si tratta di un ripensamento estemporaneo, ma di una scelta ponderata, maturata dopo aver constatato che la domanda reale, i vincoli normativi e soprattutto i costi di produzione rischiavano di portare l’azienda fuori strada. In questa ottica, la parola d’ordine è diventata “razionalizzazione”, con una serie di decisioni che hanno lasciato il segno: cancellazione di programmi, svalutazioni piattaforme condivise ormai inutilizzabili e un’ampia operazione di ristrutturazione organizzativa.
A ben vedere, la strada imboccata da Stellantis non è poi così isolata nel panorama internazionale. Basti pensare ai casi di General Motors e Ford, che negli ultimi anni hanno dovuto fare i conti con perdite consistenti, spesso figlie delle stesse dinamiche: la difficoltà di riconvertire intere linee di prodotto verso motorizzazioni a batteria senza compromettere la sostenibilità economica del business. Ecco allora che la mossa di Filosa assume i contorni di una scelta di buon senso, un tentativo di mettere al riparo liquidità e margini nel breve termine, anche a costo di rimandare il ritorno all’utile. Gli analisti sono divisi: da una parte c’è chi vede in questa decisione un segnale di maturità, dall’altra chi teme che un rallentamento possa tradursi in una perdita di competitività se il mercato dovesse improvvisamente accelerare verso l’elettrificazione.
Ma la vera sfida, oggi, è un’altra: dimostrare che la riduzione dei costi non vada a scapito di quell’innovazione che rappresenta il vero motore di sopravvivenza nel settore automotive. Non è un caso che il management abbia più volte sottolineato la volontà di mantenere alta la barra su ricerca e sviluppo, puntando a soluzioni tecnologiche che sappiano coniugare efficienza e sostenibilità. Il rischio, però, è dietro l’angolo: tagliare troppo potrebbe significare perdere il treno della mobilità del futuro, soprattutto in un contesto europeo dove le normative sulle emissioni si fanno sempre più stringenti e il consumatore si mostra, almeno a parole, sempre più sensibile ai temi ambientali.
Le ripercussioni pratiche di questa strategia si faranno sentire su tutta la filiera. I fornitori dovranno fare i conti con minori ordinativi, gli impianti produttivi saranno chiamati a riconversioni spesso dolorose e le concessionarie si troveranno a gestire un portafoglio prodotti in costante evoluzione. Non è escluso che si renda necessario un ridimensionamento della forza lavoro, soprattutto nei siti maggiormente esposti alla transizione verso l’elettrico. Il gruppo dovrà giocare su più tavoli, bilanciando la produzione di veicoli tradizionali, ibridi ed elettrici, adattandosi alle diverse esigenze dei mercati regionali e alle richieste di Bruxelles.
In questo scenario, Stellantis si trova davanti a un bivio: da una parte la necessità di garantire la sostenibilità economica nel breve periodo, dall’altra l’obbligo di non perdere il passo con i grandi player internazionali nella corsa alla mobilità sostenibile. La partita è tutt’altro che chiusa e il 2026, data fissata per il ritorno all’utile, sembra oggi più che mai una scommessa tutta da giocare. Sarà la capacità di anticipare le tendenze e di investire con intelligenza, senza farsi travolgere dagli entusiasmi o dalle paure del momento, a determinare se il gruppo saprà trasformare questa crisi in una nuova occasione di crescita.
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