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Benzina, lo sconto è già finito? Perché i prezzi stanno risalendo

Di Simone Fiderlisi
Pubblicato il 23 mar 2026
Benzina, lo sconto è già finito? Perché i prezzi stanno risalendo
Il decreto del 23 marzo riduce le accise di 25 cent al litro, ma l'escalation in Medio Oriente ha spinto il prezzo del petrolio. Rischio rincari dopo l'8 aprile e controlli della Guardia di Finanza sui distributori.

Il tema della riduzione accise sui carburanti continua a far discutere automobilisti, professionisti e addetti ai lavori. Dopo il decreto del 23 marzo 2026, che ha introdotto uno sconto di 25 centesimi al litro (IVA inclusa), il sollievo per i consumatori italiani è stato, purtroppo, più breve di una sosta in autogrill durante l’esodo estivo. Le aspettative erano alte, ma il ritorno dei prezzi ai livelli precedenti non si è fatto attendere, lasciando molti a chiedersi se la misura sia stata davvero efficace o solo un palliativo momentaneo.

La situazione è precipitata con una rapidità quasi da record: basti pensare che, mentre qualcuno ancora festeggiava la boccata d’ossigeno, le quotazioni del prezzo petrolio sono tornate a galoppare. A pesare, come un macigno, le tensioni geopolitiche nello Stretto di Hormuz e le nuove escalation in Iran, che hanno infiammato i mercati e riportato le quotazioni del greggio ai massimi degli ultimi mesi. In poche parole, lo sconto rischia di essere stato solo una parentesi, e il portafoglio degli italiani lo sa bene.

Nonostante l’annuncio del governo, la realtà sul territorio si è rivelata tutt’altro che uniforme. Alcuni impianti hanno applicato la riduzione immediatamente, altri invece si sono presi il loro tempo, come chi fa benzina e poi si attarda al bar per un caffè. Nel frattempo, il prezzo del diesel self service sfiorava i 2 euro al litro, con picchi nelle regioni di Campania, Calabria e Molise. Non va meglio per la benzina self service, che raggiungeva 1,717 euro al litro, mentre sulle autostrade i prezzi toccavano quasi 1,781 euro/litro per la benzina e ben 2,045 euro/litro per il diesel. Un salasso che mette a dura prova non solo i bilanci familiari, ma anche quelli delle aziende di trasporto.

A rincarare la dose, arrivano le stime del Codacons, che ha calcolato come il risparmio su un pieno di gasolio rischi di essere annullato del tutto. Se il trend dovesse proseguire, il mancato guadagno per ogni rifornimento potrebbe toccare quota 5,85 euro. Un dato che fa riflettere e che sposta il focus su una verità spesso sottovalutata: il vero problema non è tanto il mancato adeguamento dei listini (che riguarda solo il 2,7% degli impianti), quanto la volatilità delle quotazioni internazionali e le differenze regionali nei prezzi. Insomma, non è solo questione di accise, ma di un mercato che balla al ritmo delle tensioni globali.

In questo scenario, i distributori cercano di difendersi spiegando che le scorte e i contratti a termine giocano un ruolo chiave. Chi ha acquistato carburante a prezzi più alti si trova costretto a rivenderlo senza poter applicare subito la riduzione accise, rendendo così temporanea l’efficacia della misura. Un effetto domino che si traduce in margini sempre più compressi, specie in una fase di turbolenza internazionale come quella attuale.

Non poteva mancare l’intervento della Guardia di Finanza, chiamata a verificare l’effettiva applicazione dello sconto e a contrastare eventuali irregolarità. I controlli saranno serrati, perché la trasparenza è ormai una richiesta pressante da parte delle associazioni dei consumatori. La Unione Nazionale Consumatori, per voce del presidente Massimiliano Dona, ha sottolineato come il calo dei prezzi sia stato “brevissimo” e come sia necessario vigilare affinché i cittadini non vengano penalizzati da pratiche scorrette o da ritardi ingiustificati nell’adeguamento dei listini.

Il rischio più concreto, se la misura non verrà prorogata oltre l’8 aprile, è quello di un ritorno alle vecchie accise, con un rincaro immediato di circa 25 centesimi al litro. In uno scenario già complicato da instabilità internazionale e prezzi in costante ascesa, ogni nuova crisi nello Stretto di Hormuz potrebbe trasformarsi in una nuova fiammata per le quotazioni del petrolio. E a farne le spese sarebbero ancora una volta famiglie e imprese, costrette a rivedere i propri conti e a fare i salti mortali per far quadrare il bilancio.

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