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Auto elettriche: la Germania vuole più flessibilità fino al 2035

Di Vincenzo Calvarano
Pubblicato il 29 nov 2025
Auto elettriche: la Germania vuole più flessibilità fino al 2035
Il cancelliere Merz invierà una lettera a von der Leyen per chiedere che la Commissione riveda i passaggi intermedi del divieto UE 2035, permettendo ibride e motori termici ad alta efficienza per tutelare l'industria europea e gestire la concorrenza internazionale.

La transizione ecologica europea si trova in un momento cruciale, dove le tensioni tra ambizioni climatiche e realtà industriali emergono con sempre maggior chiarezza. Al centro di questo dibattito incandescente si pone la Germania, che attraverso una mossa strategica del cancelliere Friedrich Merz, intende sottoporre alla Commissione Europea una richiesta di ripensamento sui tempi e i modi della decarbonizzazione automobilistica. La questione è tutt’altro che secondaria: il bando dei motori termici fissato al 2035 rappresenta uno dei pilastri della politica climatica continentale, eppure viene oggi messo in discussione dai principali attori industriali europei.

La lettera del cancelliere tedesco non rappresenta un’abiura degli obiettivi ambientali, bensì una critica serrata alla rigidità del percorso prefissato. Berlino sostiene, con argomentazioni che trovano appoggio presso gli industriali, che il calendario attuale non tenga sufficientemente conto delle sfide concrete affrontate dal settore automobilistico europeo. Due fattori in particolare pesano come macigni: l’espansione aggressiva dei costruttori cinesi nel segmento delle auto elettriche e l’adozione più lenta del previsto da parte dei consumatori europei. Non si tratta, secondo Berlino, di nostalgia per il passato, ma di realismo nel valutare i tempi necessari per una transizione che non provochi traumi economici e occupazionali.

La proposta tedesca è tanto pragmatica quanto controversa: riconoscere come opzioni valide nel computo delle emissioni settoriali le ibride ricaricabili e i motori termici ad alta efficienza durante il periodo di transizione. Questa apertura comporterebbe margini di flessibilità che permetterebbero ai costruttori europei una trasformazione più graduale verso l’elettrico, evitando quanto la Germania teme di più: uno shock produttivo che potrebbe rivelarsi fatale per impianti e occupazione.

L’industria automobilistica tedesca ha risposto con entusiasmo quasi immediato a questa iniziativa. Volkswagen, Mercedes e BMW si sono schierati apertamente dalla parte del governo, comprendendo perfettamente che una maggiore elasticità normativa potrebbe rappresentare la differenza tra una transizione gestita e uno smantellamento della capacità produttiva europea. Le associazioni industriali tedesche aggiungono un elemento nella loro analisi: il rigore eccessivo non solo danneggerebbe l’Europa, ma paradossalmente favorirebbe i competitor asiatici, già vantaggiati in termini di costi e di accesso alle materie prime.

Ma le voci critiche non tardano a levarsi. Organizzazioni ambientaliste come Transport & Environment contestano fermamente questa posizione, vedendo in essa il rischio concreto che la rinegoziazione diventi un pretesto strumentale per ritardare indefinitamente l’adozione dell’elettrico. Per gli ambientalisti, la strada maestra non passa attraverso compromessi al ribasso, bensì attraverso un sostegno deciso alle flotte aziendali a zero emissioni e dal rafforzamento della catena di fornitura europea delle batterie. In altre parole, laddove Berlino vede la necessità di flessibilità, gli attivisti climatici intravedono il pericolo della capitolazione.

Il 10 dicembre rappresenta una data chiave nel calendario di questa contesa. In quella data, la Commissione Europea presenterà la revisione degli obiettivi di riduzione delle emissioni automotive, e il contributo tedesco sarà indubbio elemento centrale della discussione. Tuttavia, è bene sottolinearlo con chiarezza: nessun cambiamento normativo potrà realizzarsi senza una negoziazione complessa tra Stati membri, Parlamento europeo e istituzioni comunitarie. La lettera di Merz inaugura dunque uno scontro dalle implicazioni profonde, che toccherà simultaneamente tre dimensioni critiche: la competitività industriale europea, l’occupazione nel settore automobilistico e, non ultimo, la credibilità delle politiche climatiche continentali agli occhi del mondo.

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