Brexit no-deal: riflettori puntati sullo scenario automotive

In previsione di una uscita del Regno Unito dall’Unione Europea senza accordi, i principali Gruppi automotive hanno nel tempo annunciato misure straordinarie. Ecco quali.

Brexit no-deal: riflettori puntati sullo scenario automotive

di Francesco Giorgi

13 Marzo 2019

Di fronte all’eventualità di una Brexit no-deal, i big player del comparto automotive presenti nel Regno Unito potrebbero concretamente rivedere la propria presenza oltremanica. È, questo, un argomento già dibattuto; tuttavia, la bocciatura da parte della camera dei Comuni al Parlamento di Londra della nuova ipotesi di accordo di uscita dalla UE presentato dalla premier Theresa May secondo gli accordi della primo ministro con Bruxelles (391 voti contrari e 242 favorevoli) riporta in auge i timori dei grandi Costruttori internazionali che detengono impianti e filiali oltremanica.

A due settimane dalla Brexit, la situazione del Regno Unito è quanto mai complicata. Soprattutto in previsione di una eventuale sua uscita dall’Unione Europea senza un accordo, ipotesi che molti analisti giudicano “catastrofica”. Qualora un no-deal dovesse risultare escluso, la discussione si sposterà ulteriormente. Nel frattempo, Stephen Barclay, ministro per la Brexit, ha nelle scorse ore annunciato che in caso di uscita improvvisa dall’UE non verranno, da parte del Regno Unito, applicati dazi sull’87% delle merci importate.

I principali Gruppi automotive, tuttavia, al pari di altre grandi realtà imprenditoriali, hanno, negli ultimi mesi, già annunciato significative misure-riparo: fra esempi più eclatanti, l’individuazione dell’Olanda (nello specifico, lo stabilimento Vdl Nedcar) quale sito produttivo principale per la lineup MINI, storicamente localizzata a Longbridge (l’annuncio venne avanzato dall’amministratore delegato Bmw Harald Krüger lo scorso autunno), qualora l’uscita del Regno Unito dall’UE fosse senza accordi; e da Aston Martin, un paio di settimane fa, la comunicazione di un piano di emergenza finalizzato ad arginare le conseguenze della Brexit no-deal, che prevederebbe lo stanziamento di una somma nell’ordine di 30 milioni di sterline (una piccola parte dei quali sarebbe già stata spesa “Per imballaggi e scaffalature”), e 2 milioni di sterline nell’eventualità che si verifichino dei mutamenti nella catena delle forniture.

Ford: pronta a spostare altrove la produzione UK

Fra i big player che nelle ultime settimane hanno manifestato la possibilità di abbandonare la produzione nel Regno Unito, c’è anche Ford. Secondo quanto pubblicato dal Times, il presidente delle attività Ford per la regione Emea, Steven Armstrong, era stato chiaro, meno di un mese fa, in occasione di una conference call fra la premier Theresa May e le rappresentanze di grandi aziende in merito alle eventuali conseguenze della “hard Brexit” sul tessuto industriale di oltremanica: “Potremmo essere costretti ad andare via, pur non volendolo, se il Regno Unito non sarà più competitivo dopo la sua uscita dall’Unione Europea”. Secondo i vertici dell’Ovale Blu, il costo della “hard Brexit” sarebbe nell’ordine di 1 miliardo di dollari: una cifra-monstre, tuttavia occorre tener presente che Ford è, da molti anni, ai vertici nelle vendite UK, e il terzo mercato più importante per i modelli prodotti a Colonia; che la filiale inglese di Ford impiega circa 13.000 dipendenti, suddivisi fra attività amministrative (non a caso, già l’estate scorsa Ford iniziò il trasferimento dei settori finanziari proprio in Germania: per l’occasione, venne avanzata la richiesta delle licenze bancarie per poter operare al di qua della Manica ) e industriali (lo storico stabilimento di Dagenham, nella Greater London, e Bridgend, nel Galles).

Honda: addio a Swindon?

È notizia recente l’annuncio Honda relativo alla decisione di chiudere nel 2021 gli impianti produttivi di Swindon, reso noto dai vertici del marchio giapponese nella seconda metà di febbraio. Sebbene la scelta sia stata motivata con nuove necessità strategiche rivolte allo sviluppo dei sistemi di elettrificazione – un mutamento epocale, che impone un riassetto dei processi di produzione globali, a vantaggio delle aree geografiche nelle quali si ritiene che i volumi produttivi possano essere più elevati -, dunque non direttamente imputabile al confuso scenario post-Brexit, è in ogni caso innegabile che l’annunciato abbandono dello stabilimento UK, nel quale vengono prodotti i modelli Civic e Civic Type R (vetture che, incidentalmente, termineranno il rispettivo “ciclo di vita” a breve-medio termine) metterebbe in difficoltà 3.500 dipendenti diretti, più altrettanti dell’indotto.

Jaguar Land Rover: tagli ai posti di lavoro

Seppure non soltanto collegato alla Brexit (tutt’al più alla generale incertezza dell’attuale impasse provocata dalle eventuali conseguenze del provvedimento di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea), ma anche con la notevole diminuzione della domanda di modelli a gasolio e con la contrazione delle vendite in Cina, l’annuncio dello scorso gennaio, relativo all’intenzione di sfoltire di 4.500 unità la forza lavoro Jaguar Land Rover (principalmente il personale amministrativo e commerciale, più che gli addetti alle linee di montaggio) può essere vista come una rilevante marcia indietro dell’industria pesante di oltremanica.

Nissan: stop per X-Trail a Sunderland

All’inizio di febbraio, la dirigenza Nissan ha annunciato di essere pronta ad abbandonare la produzione di Sunderland, in favore delle linee di montaggio giapponesi, per l’offroad X-Trail (modello fra i più fortunati per il marchio giapponese: sono oltre 4 milioni gli esemplari venduti su scala globale dal suo debutto che avvenne nel 2001, più di mezzo milione dei quali in Europa), lasciando per il momento invariata la produzione del crossover Juke e delle due Infiniti Q30 e QX30: “Abbiamo scelto di prendere questa decisione per motivi legati agli affari: la continua incertezza nelle relazioni fra Regno Unito ed Unione Europea non aiutano aziende come la nostra nella pianificazione del proprio futuro”, aveva dichiarato, in una nota stampa, il presidente Nissan Europe Gianluca de Ficchy. Occorre ricordare, a questo proposito, che già nelle fasi immediatamente precedenti il referendum britannico del 2016 i vertici Nissan avevano avvertito il Parlamento di Londra che, qualora fra gli effetti della Brexit vi fosse il pagamento di dazi sulle esportazioni, il produttore giapponese si sarebbe trovato costretto a trasferire altrove la produzione, con evidenti ripercussioni negative per l’indotto: circa l’80% delle Nissan in circolazione nei Paesi europei arriva proprio da Sunderland, fra l’altro sottoposto nel 2017 ad un ampio programma di ammodernamento alle linee di produzione per il lancio della nuova generazione del SUV-bestseller Qashqai.