Un'estate calda per il mondo dell'auto

Bilanci, anticipazioni, "licenziamento" del manager GM e reintegrazione dei licenziati di Melfi: i tanti colpi di scena della calda estate del settore

In estate le vendite di auto rallentano e luglio e agosto fanno a malapena i risultati del solo mese di giugno. Eppure è proprio d'estate che le notizie e gli scoop sul mondo dell'auto raggiungono la massima concentrazione.

Sullo sfondo la notizia bomba del sorpasso della Cina rispetto al Giappone al secondo posto tra le economie mondiali, novità epocale, che trova riscontro nelle "semestrali", cioè le note di bilancio dei produttori automobilistici e che costituiscono occasione di considerazioni e anticipazione di strategie.

Tra le note di bilancio del secondo trimestre colpiscono in particolare quelle di BMW e delle altre tedesche, Volkswagen e Daimler. BMW ha ottenuto un incremento delle vendite del 12,5% e del fatturato del 18%, risultati superiori alle attese che prevedevano un incremento lieve, ad una cifra, e dovuto principalmente allo strepitoso incremento delle vendite sul mercato cinese che per la prima volta entra nei primi tre mercati del costruttore di Monaco.

E' un segnale ulteriore di quella epocale svolta nella distribuzione delle vendite tra i tradizionali mercati europeo e americano e i nuovi, ricchi, immensi, mercati asiatici emergenti. E paradossalmente i mercati un tempo poveri sono oggi quelli più redditivi per i marchi premium che hanno prodotti di lusso, ad alto prezzo ed alti ricavi. Non a caso oltre a BMW sono proprio i due costruttori tedeschi del lusso, Mercedes e Audi, che hanno conseguito risultati molto brillanti e Volkswagen ha rafforzato ulteriormente la sua posizione dominante sul mercato cinese.

Anche GM e Ford debbono una buona parte dei brillanti risultati del secondo trimestre alle vendite sui mercati asiatici. Basta pensare a quanti, costosi sforzi occorrono per incrementare le vendite in Europa dell'1 o del 2% e raffrontarli con gli incrementi del 30% l'anno che si possono conseguire sui nuovi mercati.

Ecco perché Geely ha acquistato Volvo, ecco perché tutti i costruttori tentano di espandere la loro presenza in Cina e di produrre magari in loco, come Fiat (che punta molto su Jeep per il futuro), Toyota, GM, Ford, PSA, Honda e Hyundai.

Il successo delle tedesche è anche peraltro il frutto di una lungimirante ed efficace politica commerciale dell'imprenditoria germanica, efficacemente sostenuta dalla diplomazia economica della cancelliera Merkel.

Intanto negli USA il presidente Obama ha licenziato Ed Withacre, l'AD di General Motors da lui stesso nominato al vertice del marchio "nazionalizzato" nel luglio del 2009. A differenza di Chrysler per la quale la modalità di sostegno è stata semplicemente quella di un prestito, con un piano di rientro e pagamento dei relativi interessi - per GM il governo americano ha scelto di acquisire il 61% della società (percentuale destinata però a diminuire man mano che il valore reale della società consenta il rientro di quanto investito) con diritto alla nomina dei manager che avrebbero dovuto gestire la ripartenza

Da oggi Withacre lascia l'incarico, sostituito dall'attuale Direttore Generale Dan Akerson, ma l'annuncio del cambio al vertice è arrivato proprio a ridosso della trionfale semestrale che ha registrato strepitosi incrementi delle vendite e profitti di 1,3 miliardi di dollari. Si dice che Withacre, manager presenzialista e amante di dichiarazioni forti, abbia scontato l'eccessiva enfasi con cui ha sottolineato il peso governativo nella gestione manageriale di GM... sembra incredibile nella patria del capitalismo.

Buoni i risultati di Ford, l'unico dei tre produttori americani a non aver orgogliosamente usufruito di prestiti. Sorprendentemente buoni anche quelli di Chrysler che non ha ancora lanciato i nuovi modelli, con il ritorno all'utile operativo. In effetti l'accoglienza confortante che il pubblico americano ha riservato al nuovo Grand Cherokee e le assunzioni, piccole nel numero ma enormi nell'impatto simbolico di una ripartenza, hanno consentito a Marchionne di meritare la calorosa fiducia e stima che Obama ha manifestato nella sua visita allo stabilimento di Detroit.

Intanto da noi il consueto giudice d'estate ha ritenuto di disporre il reintegro dei tre licenziati dello stabilimento di Melfi, accusati dalla Fiat di aver interrotto il ciclo produttivo nel corso di un'assemblea di solidarietà con i lavoratori di Pomigliano.

Al di là dell'esito della vicenda c'è la constatazione di quanto reale sia la difficoltà a garantire la sicurezza e la continuità della produzione negli stabilimenti italiani. E infatti subito dopo Marchionne ha affermato che la produzione della media Chrysler/Lancia e della futura Alfa Romeo Giulia, che nel piano presentato ad aprile era ipotizzata in Italia, sarà invece allocata negli stabilimenti americani, in cui la produzione (e i costi) è certa e il sindacato agisce come business partner. Fabbrica Italia perde così un altro pezzo, dopo lo spostamento del monovolume L-o in Serbia.

La ripresa americana è ancora timida e carica di incertezze e Marchionne sottolinea che occorre procedere "con rigore e disciplina e focalizzazione sugli obiettivi". Ha anche dichiarato che nei prossimi due anni altre alleanze saranno concluse. Tra le candidate per il matrimonio con Fiat/Chrysler ve ne sono due che, per aspetti diversi, sembrerebbero ideali.

Forte nell'immagine e nella validità di articolazione e integrazione delle piattaforme, la prima alleanza utile sarebbe quella con BMW: prestigio, autonomia, eccellenza, ma il limite di una produzione massima di 1.400.000 auto all'anno con tutti e tre i marchi (BMW, Mini, Rolls Royce). La difficoltà, che sembra insormontabile, risiede però nell'insofferenza che BMW ha sempre mostrato per qualsiasi accordo nel quale non sia in posizione di forza. L'annunciato joint con Fiat per Mini/Mito è infatti abortito prima di nascere e al momento, nonostante la logicità industriale di tale matrimonio, temo proprio che non se ne faccia nulla.

L'altro matrimonio logico, per la presenza sui mercati asiatici e la tecnologia ibrida avanzata, sarebbe quello con Honda, sicuramente più fattibile e concreto. I 2.500.000 pezzi all'anno di Honda con i 5.000.000 di Fiat/Chrysler farebbero una bella massa critica con un arcipelago di marchi che spazierebbe dai generalisti ai premium, dalle moto ai veicoli industriali, dalle ibride alle elettriche.

Intanto Tata ha anticipato un prossimo ulteriore accordo con Fiat per la produzione di veicoli industriali. E' stata in definitiva un'estate molto calda per il settore dell'auto con tanti segnali che troveranno cassa di risonanza all'inizio d'autunno con un Salone di Parigi che si annuncia vetrina di una vivacità senza precedenti dei costruttori francesi.

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di Fabrizio Brunetti | 31 agosto 2010

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