Fiat, da Mirafiori a Kragujevac: è il tramonto di Fabbrica Italia?

Dallo stabilimento di Mirafiori a quello Serbo di Kragujevac: Fabbrica Italia perde un investimento da un miliardo di euro

Mirafiori: lo stabilimento Fiat

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Ecco fatto, dopo l'incerto esito del referendum su Pomigliano e il dubbio sull'effettivo avvio della produzione Panda, la seconda pedina del piano si sposta da Mirafiori, storico simbolo della Torino operaia, allo stabilimento Serbo di Kragujevac. Il piano quinquennale Fiat prevedeva di collocare a Mirafiori la produzione (190.000 unità all'anno previste a regime) del monovolume L-o, destinato dal 2012 a sostituire Musa, Idea e Multipla.

Ma come ha affermato Marchionne - in coda alla conferenza stampa di ufficializzazione dello spin-off dell'auto con la creazione di Fiat Industrial Spa - i segnali di "ingovernabilità degli stabilimenti" e di "incertezza della produzione" impongono di privilegiare scelte industriali che assicurino la effettiva realizzabilità della produzione e la flessibilità di risposta rispetto alla domanda.

Ecco fatto, così mentre conferma l'impegno per Pomigliano sottoscritto da tutti i sindacati ad eccezione della Fiom, pur lasciando intendere che ci si può sempre ripensare anche a costo di perdere parte dell'investimento se non si riuscirà ad avere la certezza e la continuità della produzione (270.000 Panda all'anno), Marchionne e il board Fiat hanno fatto tesoro della deludente esperienza di Pomigliano e non hanno perdurato nell'errore.

"La Fiat non può assumere rischi non necessari sui progetti industriali, ne va della sua sopravvivenza" e decide di mettere al riparo il secondo investimento diretto -350 milioni - cui si aggiungono i 250 milioni del governo di Belgrado e i 400 milioni della Banca Europea per gli Investimenti, per un totale di un miliardo - non su Mirafiori ma sull'impianto serbo dall'impronunciabile nome di Kragujevac, che come Tichy rispetto a Pomigliano, garantisce "senza problemi" la produzione della L-o.

Sonora lezione che susciterà senz'altro polemiche, dolorosa, ma temo senza alternative. E potrebbe non finire qui, perché la Fiat si riserva "fino a quando la situazione non si sarà sbloccata con assoluta chiarezza" di decidere "volta per volta" tutte le tappe successive.

L'impresa deve fare l'impresa, e fare impresa in un mercato globale vuol dire avere l'obbligo di produrre solo dove i costi e la certezza della produzione consentono di competere. E' semplice, chiaro, ineludibile; altrimenti si fallisce o si viene acquisiti. E per cortesia non continuiamo a sciorinare la cantilena del ricatto morale, del debito di riconoscenza per gli aiuti pubblici che la Fiat degli Agnelli e poi degli Agnelli/Romiti ha avuto per decenni, come peraltro tutte le grandi industrie in tutti i paesi che ci sono simili, ma in un contesto totalmente diverso, in cui i destini si giocavano solo in casa e in situazioni di oligopolio, talvolta di monopolio.

Il mondo è totalmente cambiato, oggi i leader di mercato sono la Cina e i paesi emergenti asiatici; nel bene o nel male, questa è la realtà ineludibile. E in questo contesto è pateticamente inadeguato il balletto delle lamentazioni di governo, Lega, opposizione, sindacati...

Peccato, il progetto Fabbrica Italia era un piano industriale da 20 miliardi, quanti ne resteranno? Quante opportunità troveranno una locazione diversa da quella del nostro arrogante, complicato, conflittuale, clientelare, politicizzato, bellissimo paese?

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di Fabrizio Brunetti | 23 luglio 2010

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