Volkswagen: il tramonto del patriarca Piech

Il patriarca Piech, da un ventennio dominatore assoluto nel board del colosso di famiglia, esce clamorosamente di scena. E ora?

Quello che è accaduto è un feuilleiton degno della miglior tradizione del melodramma. Ferdinand Piech, arcigno, arrogante patriarca della famiglia e assoluto controllore, con il supporto della temutissima Ursula, ex governate e terza moglie, sfiducia con insolenza Martin Winterkorn, CEO del gruppo, sicuro che, come avvenuto con i due capi precedenti, questo basti a tagliare le gambe al capo operativo e strategico di Volkswagen.

E invece, incredibilmente, tutti, Cancelliera compresa, per non parlare del board, degli azionisti, del Lander, dei sindacati, del mercato finanziario, spernacchiano il vecchio leone e confermano la fiducia a Winterkorn. Ursula si dimette il 25 aprile, Ferdinand lascia qualche giorno dopo. Fine di un'era, di un'epopea di potere indiscusso e incontrastato sulla famiglia e sui "cugini" Porsche. Gli aspri, drammatici scontri che per decenni hanno dilaniato i rapporti tra gli eredi del grande fondatore e che avevano visto Ferry sempre vincitore, hanno disegnato un epilogo tanto drammatico quanto imprevedibile.

Che l'uscita sia definitiva sembra ormai certo e il vecchio patriarca, con un silenzio inusuale per lui, abituato a tuonare senza esser contraddetto, lascia la scena con l'epica da tragedia greca dei potenti sconfitti. Ma al di là del clamore della sconfitta, la VW di Winterkorn ha una serie di domande aperte che hanno necessità di risposta e soluzione. Il gruppo è potente, cresce, leader incontrastato in Cina, insidia il primato mondiale dei costruttori a Toyota, ma ha costi elevati, il marchio VW ha margini imbarazzanti sotto il 2%, da un decennio perde posizioni sul mercato americano in cui è stato scavalcato da Subaru, ha pagato più dei concorrenti dai rallentamenti di Brasile e Russia.

Non a caso e per la prima volta il piano fino al 2018 è centrato su una drastica, draconiana riduzione dei costi. La situazione finanziaria è comunque soddisfacente, ma solo grazie ai ricavi delle casseforti del gruppo, Audi, che peraltro è scesa sotto la soglia del 10% di margine che sembrava invalicabile, e Porsche che viaggia abbondantemente sopra il 15%.

Per il resto Skoda è in crescita e già oggi ha margini superiori a mamma VW, Seat, pur in presenza di un rinnovamento di immagine e di gamma che prevede anche l'ingresso nel florido mercato dei SUV/Crossover compatti, ancora in rosso. Insomma Piech aveva frecce al suo arco per mettere in dubbio la capacità di Winterkorn di ribaltare la situazione e riportare il marchio VW al ruolo di centralità del gruppo che gli compete.

Questo spiega la cautela nella individuazione del successore di Piech e potenzialmente non solo. Si fanno i nomi di Wolfgang Reitzle, con importanti esperienze da executive in BMW e Ford, ma anche del rivale elettivo di Piech, quel Wolfgang Porsche, attuale chairman di Porsche SE, che rappresenta l'altra ala della famiglia.

Non solo loro comunque, il profilo ideale di ricerca definito dagli azionisti prevede una preferenza per un manager di grande esperienza in ruoli chiave dell'automotive, di grande equilibrio e neutralità, preferibilmente esterno al mondo VW. Winterkorn, che presumibilmente lascerà la poltrona prima della fine del piano, nel 2017, osserva per ora un misurato silenzio.

Il tema della successione è comunque aperto, ormai senza la tentata spallata di Piech, ma certamente con tempi di maturazione più tranquilli. La partita in gioco è colossale e questo spiega l'attenzione spasmodica di tutti gli attori di questa grande commedia industriale e imprenditoriale  per le prossime mosse del gruppo ed sulla capacità di correggere la rotta prima che i conti comincino a soffrire. I prossimi 2 anni diranno se la ricetta Winterkorn sarà stata vincente e se sarà in grado di lasciare al suo successore un colosso in buona salute.   

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di Fabrizio Brunetti | 06 maggio 2015

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