Mazda RX-7, una sportiva fuori dal coro

Prodotta dal 1979 al 2002, ha costruito la sua storia attorno al motore rotativo Wankel. Il marchio ora pensa a un rilancio in grande stile

Evoluzione della Mazda RX-7

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In casa Mazda si punta a rilanciare un nome leggendario, probabilmente il più apprezzato e ammirato nella storia del marchio di Hiroshima. Pronunciare la sigla RX-7 significa raccontare una vicenda lunga 32 anni e oltre 800.000 vetture piazzate ai quattro lati del globo. Stando a quelle che sono le indiscrezioni diffuse sul web, la coupè potrebbe far ritorno nel 2012, conservando gli ingredienti di un cocktail vincente: carrozzeria coupè a due porte, peso contenuto, e soprattutto motore Wankel.

I primi passi del motore rotativo

Reso unico dal principio di funzionamento rotativo  -  dove  le fasi di aspirazione, compressione, scoppio e scarico sono originate da un moto dei pistoni non in linea retta, ma secondo una loro rotazione tra le pareti di una camera toroidale -  questo genere di propulsore porta la firma dell'ingegnere Felix Wankel, tedesco come la NSU Ro 80, vettura che nel 1967 lanciò sulla scena questa rivoluzionaria soluzione. Accanto ai numerosi pro, come l'architettura semplice, la compattezza e la potenza, il motore presentava costi e consumi elevati, e una rapida usura della componenti meccaniche. Problemi ritenuti insormontabili dai grandi marchi europei, che in sostanza mai credettero in questa proposta.

Arriva la RX-7 prima generazione con 105 CV

Non fu così invece in Giappone, dove il Wankel attirò sin dai primi studi le attenzioni di Toyo Kogyo, marchio che avrebbe di seguito cambiato il proprio nome in Mazda. Gli ingegneri si buttarono a capofitto nella materia, cercando di risolvere le "tare" che ne avevano impedito il successo su grande scala. Dopo ripetute prove, eseguite anche sfruttando i modelli Savanna RX-3 e Cosmo,  il risultato si tradusse in un motore 1.2 da 105 CV, montato sotto il cofano della RX-7.

Correva l'anno 1979,  il mercato dell'auto accoglieva una vettura destinata a far parlare di sè. Compatta, maneggevole e divertente, si presentava con uno schema meccanico classico (trazione posteriore) e una carrozzeria 2+2, con fari a scomparsa, e una linea ispirata vagamente alle concorrenti europee del tempo, come Porsche 924. Se il confronto con Zuffenhausen venne perso nel Vecchio Continente, la situazione si ribaltò al di là dell'Oceano, dove la nipponica riuscì a registrare vendite per oltre 470.000 esemplari. Un successo eclatante, ottenuto nell'arco di 7 anni grazie a costanti aggiornamenti e una politica di vendita aggressiva. Spartiacque decisivo si rivelò il restyling del 1981, una ventata di freschezza per una coupè legata a canoni stlistici superati. Il birotore, dall'altra parte, raccoglieva sempre più consensi, guadagnava una manciata di cavalli (dapprima 115 CV, per poi salire nel 1984 a 137 CV) e si mostrava decisamente affidabile.

La seconda generazione di RX-7 parte da 146 CV

E veniamo così al 1986. Per mantenere il passo delle avversarie d'Europa, Mazda propone la seconda generazione della RX-7. Chiaramente ispirata nelle forme alla Porsche 944, compie uno step importante in termini di prestazioni e piacere di guida. Grazie ad una serie di modifiche, il rotore 13B (questo il nome in codice) ora sviluppa 146 CV,  ed accoglie una versione dotata di turbocompressore, da ben 185 CV. Numeri importanti, ulteriormente "gonfiati" nell'edizione 1989, dove si arriva rispettivamente a 160 e 205 CV. Tanta potenza sì, ma anche una miglior tenuta di strada: le sospensioni diventano indipendenti anche al retrotreno, gli ammortizzatori si adeguano alle asperità della strada grazie a un dispositivo elettronico. Arrivano anche una configurazione cabriolet e le prime serie speciali, rivolte soprattutto al mercato interno. La RX-7 II chiude il suo mandato alla fine del 1991, con un bilancio di 272.000 immatricolazioni.

Anni '90: tanti nemici (giapponesi), tanta gloria

Con l'inizio degli anni '90, nel frattempo, il mercato registra l'invasione delle sportive "made in Japan"Honda NSX, Mitsubishi 3000 GT, Nissan 300 ZX, Subaru SVX, Toyota Supra: per Mazda è tempo di raccogliere una nuova sfida. Proseguire sulla strada della coerenza si rivela una strategia vincente: nel 1992 si tolgono i veli alla RX-7 III, bella, moderna e aggressiva. I paragoni con Porsche si allontanano, sotto la veste i contenuti tecnici vengono fortemente evoluti. Debutta il motore 13B-REW, abbinato a due turbine sequenziali Hitachi, per 255 CV, che divengono 265 nel 1996. Tra le novità registriamo la doppia candela d'accensione, l'architettura multilink per le quattro ruote, e per la prima volta si può montare anche il cambio automatico, opzione che fa la felicità della clientela a stelle e strisce. A partire dal 1999, in Giappone si susseguono edizioni limitate, riconoscibili per le modifiche estetiche (frontale, cerchi in lega, soluzioni aerodinamiche), l'utilizzo di materiali compositi e soluzioni techniche "racing" per cambio, sospensioni e freni. Le serie Type RS, Type RZ,  SP e Bathurst R (la più rara e ricercata) guadagnano anche una manciata di CV, per un tetto che raggiunge i 300. Siamo nel 2002, la terza serie esce di scena dopo aver convinto altri 68.000 acquirenti, consci di dover operare una manutenzione frequente e accurata. Il motore sovralimentato spinge, ma soffre anche il calore sprigionato nelle situazioni di traffico.   

Nell'arco di questi 13 anni, la RX-7 ha regalato e tutt'ora regala soddisfazioni agli amanti delle competizioni sportive e del tuning. Si può parlare di una vera e propria mania, tutto grazie alle enormi potenzialità del Wankel: alcuni preparatori hanno sostituito il biturbo con una turbina singola, altri hanno giunto un terzo rotore o aumentato la cilindrata, per potenze registrate fino a 750 CV. Il culto va vanti tutt'oggi, con un fiorente commercio di parti speciali. 

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