Boris: l'operaio serbo che rinasce con Fiat

Un operaio appena assunto nello stabilimento di Kragujevac diventa il simbolo della Serbia che rinasce con la commessa Fiat

"Mors tua vita mea". Così si potrebbe tristemente sintetizzare la concorrenza interna fra gli stabilimenti del Gruppo Fiat in queste settimane. Aggiudicarsi la produzione di un'intera famiglia di modelli può infatti determinare la sopravvivenza e la rinascita di un impianto oppure il suo inesorabile declino. Così, a seguito dell'annuncio del Lingotto di spostare la produzione della prossima monovolume compatta in Serbia, dalle parti di Torino prevale l'incertezza e la preoccupazione per il futuro mentre al di là dell'Adriatico si festeggia la fine di un incubo durato 20 anni.

La storia di Boris Djoric, un operaio appena riassunto nell'impianto di Kragujevac, diventa quindi il simbolo di una parte della Serbia che vede nella commessa Fiat la tanto attesa speranza di rinascita dopo gli anni della guerra e della crisi. "La prego di capirmi. Ho quasi cinquant'anni, fino a vent'anni fa non ci sarebbero stati problemi" spiega l'operaio, un omone di oltre un metro e 90, all'inviato di Repubblica che ha realizzato il reportage. "Lavoravo alla catena di montaggio di Zastava-Fiat. Prendevo 1.800 marchi (quasi mille euro) di stipendio al mese. E con mia moglie ci concedevamo il ristorante una volta alla settimana. Ma sa qual è adesso il più bel giorno della mia vita? Il 28 febbraio scorso. Quando ho finito il periodo di prova in Fiat Automobili Srbija. E, dopo aver buttato via due decenni della mia esistenza, ho ritrovato un posto di lavoro fisso". Stipendio? "Poco più di 400 euro, una fortuna che non posso permettermi di rischiare ora".

Un passato difficile

Nonostante Boris prenda oggi circa un quinto di quanto prendeva nei primi anni '90, la voglia di festeggiare è tanta ma non manca un pensiero agli operai di Mirafiori: "Capisco i miei colleghi italiani. Siamo tutti sulla stessa barca, spero alla fine che ci sia lavoro per tutti. Ma per me è la fine di un incubo". La storia personale di Boris si intreccia inevitabilmente con quella della Serbia. Tutto è iniziato ad andare male a causa delle sanzioni all'inizio degli anni '90 ma è con la guerra che la situazione è precipitata e ha spento per sempre le speranze dei lavoratori, con il bombardamento dello stabilimento.

"Trent'anni fa non mi sarei mai immaginato che la vita potesse andare indietro invece che avanti". E invece per lui e per gli altri 45mila operai lasciati a casa dallo smantellamento del conglomerato serbo di Kragujevac iniziò un lungo periodo di privazioni e rinunce. "Come ho fatto a campare? Mi sono arrangiato - ricorda l'uomo - Ho vissuto per oltre 10 anni con un assegno mensile di 16mila dinari (150 euro) garantiti dallo Stato. Ho arrotondato vendendo metallo e macchinari recuperati delle fabbriche distrutte. Ho avuto qualche impiego saltuario nell'edilizia. In tavola ci sono stati solo pane e frittelle di grano per mesi. Ho tagliato le sigarette da 20 al giorno a due alla settimana".

Con le ristrettezze economiche anche i progetti familiari vengono inesorabilmente accantonati e il sogno di una casa diventa un'utopia. "Già nel '93 con mia moglie avevamo abbandonato il sogno di un figlio. Nel '97 mi hanno tagliato la corrente perché non pagavo le bollette. Due anni dopo ho lasciato casa mia, 120 euro d'affitto al mese, per trasferirmi in una baracca con i servizi di fortuna a 70. E solo tre anni fa il governo mi ha trasferito a 100 euro qui. E chiude un occhio se ritardo con i pagamenti".

Oggi la rinascita

Con la decisione di Marchionne di puntare sulla Serbia, però, le cose dalle parti di Kragujevac sembrano mettersi nel verso giusto non solo per le migliaia di operai a bassissimo costo ma anche per le autorità locali, che tanto hanno investito in questa direzione. L'amministrazione locale ha messo sul piatto un invitante piano di incentivi, benefici fiscali e 200 milioni di investimenti statali per ammodernare lo stabilimento (i lavori sono già iniziati).

La riconoscenza della popolazione verso mamma Fiat è grande. "Eravamo, siamo e saremo la città dell´automobile. Eravamo, siamo e saremo figli della Fiat". Così per il Lingotto è pronto anche un monumento: un'automobile su una piattaforma girevole all'interno della seconda rotonda entrando in paese, appena dopo il Crocifisso nella prima rotonda. Come dire, dopo Gesù Cristo l'altro simbolo votivo è la Fabbrica Italiana Automobili Torino...

Mi tengo stretti i miei 400 euro...

Boris è stato assunto tra i primi mille ed è stato selezionato tra gli oltre 3.000 reduci di Zastava. "Il giorno in cui me l´hanno detto ho chiamato mia moglie e per la prima volta dal '91 siamo usciti a cena". Per l'occasione Boris non ha badato a spese nonostante il conto da 900 dinari (circa 9 euro), un mezzo tesoro da queste parti.

Ma il realismo di Boris sulla sua situazione, pur positiva, dimostra la razionalità che muove i lavoratori a basso costo delle economie emergenti. Contrariamente a quanto si possa pensare da noi, nella "ricca" Italia, questi operai sono consapevoli della loro condizione di pseudo-sfruttamento, se confrontata con la posizione contrattuale dei colleghi italiani. Ma poco è meglio di niente e così va bene tutto. "So che sono uno strumento, non sono stupido - precisa Boris - Fiat è qui per guadagnare, non per migliorare la mia vita. Ci pagano poco, in fabbrica tra di noi ci lamentiamo. E magari tra 15 anni perderemo il lavoro a favore di una fabbrica a basso costo in Africa. Ma dopo tutto quello che ho passato non penso al domani. E mi tengo stretti i miei 400 euro. L'unico problema è che in Fiat non posso più fumare alla catena di montaggio come si faceva in Zastava..."

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di Andrea Tomelleri | 27 luglio 2010

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